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Follia Frammenti di vita Vita da cane

Orme da seguire verso un futuro ancora da creare.

Crescere é per alcuni quando smetti di sperare di essere speciale e scopri di essere una delle molte fortezze di arroganza con la blanda attenuante di una opaca intelligenza. ↥

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Colours Follia Frammenti di vita

Porte

Attraverso il finestrino il cieco sbatte con la fissa faccia contro il freddo vetro di una mattina qualsiasi.
Sorride, al ticchettare del suo bastone.
Sorrideva oppure la sua è solo espressione cieca.
Sorride e ci riprova.
Nel mentre le porte si aprono e la gente lo investe.
Sorride.
Mi agito. Fa male.
Devo alzarmi.
Decido.
Sorride, al ticchettio della marmitta(?).
La porta si chiude e il bus riparte.
Sorride, amaramente.
Fa male. Mi agito. ↥

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Follia Frammenti di vita POV Sanità Vita da cane zdante

Peristalsi Ecologica

Guida solo verso casa, c’è una timida mezzaluna pallida sullo sfondo di una centrale elettrica, là, tra le nuvole arrossate dall’inquinamento luminoso ancora si compie il putrido idillio di uno spreco comunitario che da tempo avrebbe potuto imparare da se stesso. Intanto là sotto la gente continua a esistere. ↥

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Frammenti di vita Tempo Vita da cane zdante

Se la sfida é trovare un titolo che non abbia a che fare con peristalsi, vomito e schifezze varie…

Per il moderno la libertà é quella cosa che non sai come usare, per la quale combatteresti ma che non ti accorgi se sparisce a piccole dosi.↥

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Cane Frammenti di vita Photo POV Sanità Vita da cane

Rivisitazione peristaltica

Gli approfondimenti psicologici sono per i supplicanti dell’altrui ricordo, il bisogno di sbattersi nero su bianco si abbisogna solo di parole e non senso, a volte di parole senza senso.↥

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Cane Felicità Follia Frammenti di vita Tempo Vita da cane zdante

Peristaltico ritorno di fiamma

Impotenza davanti alla voglia di uccidere il tempo, vana rivalsa sul fatto che lui uccide me, ogni istante.↥

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Felicità Follia Frammenti di vita Morte Photo Racconto Utile

Doveri Familiari

Gira il volante e entra in retromarcia. Il culo suo e della macchina girati verso dove stanno muovendo.

La macchina è quella di sempre, lei invece abbastanza simile a quella solita, ovvero è sempre uguale a sé stessa come tutti noi, ma si illude di essere rinata dalle ceneri a cui la non recente perdita l’ha ridotta.

Scende e saluta il fratello, si vedono ben poco di recente.

E poi ritrovarsi dalla nonna non è esattamente come andare a farsi due canne assieme al parco, un minimo di ritegno và tenuto e perciò alcuni pensieri li devi ammazzare sul nascere. Lui è bravo a mantenere il cervello in un perenne stato di quiescenza: droghe, alcool, robe così. Lei invece, di recente non riesce più a reprimere tutto quello che ha tentato da sempre di affibbiare a ogni serata che in questi anni le è passata accanto diretta ai gloriosi paesi di Droghe e Alcool.

La nonna abita in una di quelle prime case popolari che poi sono state lasciate lì a crepare, strozzate da altri palazzoni più alti e più grigi.

Non è la tipica vecchia sola e depressa la loro nonna, non sono mica protagonisti di un banale raccontino vagamente decadente.

Non è sola perchè vive con quello che rimane dell’essere senza raziocinio che abita il corpo senza forma del marito.

Non è depressa perchè ha il cervello sfasciato dai TCA e pure tante simpatiche monoamine che gli sguazzano nelle sinapsi.

I nipotini varcano la sottile porta metallica, come i Cip&Ciop di un passato sfuggito, risorgono dentro il loro albero in una Paperopoli dimenticata.

Il Nonno nemmeno li riconosce ma il saluto loro nei suoi confronti viene spontaneo.

Poi la nonna gli salta addosso e comincia a vomitargli in viso parole dolci e resoconti senza senso sugli ultimi pettegolezzi del quartiere.

Si spostano in cucina e il Nonno, come una glitch della matrice riprende a fissare la televisione esattamente come prima, non che la visita non lo faccia felice, ma è probabile che non si ricordi nemmeno che abbiano suonato alla porta. Anche la trama del presunto telefilm di azione non è evoluta molto nonostante la interruzione di 2-3 minuti, ma tanto lui non se la ricorda comunque.

Dopo circa un’oretta lo stomaco in cui la nonna conservava gli aneddoti è vuoto, e Marco, stremato dalla noia ha così il suo momento per attaccare.

La prende molto alla lontana: << Vedi nonna, tu sai che io di recente ho perso il lavoro….>> Incomincia.

Si sforza di essere calmo e gentile ma si sente come quando lei lo costringeva a dire la poesia di Natale davanti alla zia Rita, la vecchia stronza che gli violentava la guance ogni volta che lo vedeva: impacciato e sudato.

Come si fa a mentire a una vecchia drogata che anche in quel momento è strafatta di antidepressivi e nemmeno ha realizzato la morte della sua unica figlia?

Come fai a dirle che la misera eredità che tua madre ti ha lasciato te la sei sparata per comprarti un viaggettino al paese di Droghe e adesso non hai manco di che rinnovare il contratto dodecennale per il suo stretto loculo al cimitero?

Lui, sudato e in crisi di astinenza, lei imbellettata e in piena fase di “tendenza all’intossicazione cronica” si squadrano.

Sta per avere una crisi.

“Perchè cazzo mi fissi?”

“Perchè non lo vuoi capire che tutto questo è merito tuo e del tuo schifosissimo modo di nascondere i problemi?”

“Perchè cazzo pensi che siamo cresciuti tutti tossici?”

Vorrebbe gridarlo.

Sputarglielo in faccia.

E invece è immobile. Pallido e immobile.

Interviene Anna, spiega la situazione, tralasciandone i dettagli.

<<Quello che stiamo cercando di dirti, nonna è che abbiamo bisogno di un prestito simbolico…>> Cauta e pacata introduce il discorso.

<<Guarda che hanno suonato il campanello!>> grida a un tratto il Nonno.

Marco, con un sorriso rassicurante alla vecchia, coglie la scusa per alzarsi e tentare di curare un pò degli errori di anacronismo a cui il sistema nervoso centrale del nonno è molto avvezzo.

<<No, Nonno siamo stati io e Anna a suonare un pò di tempo fa…>>

Giunge appena alla porta a soffietto,simbolica divisione tra le due piccole stanze che il nonno grida eccitato.

<<Isa è tua figlia! E’ tornata dalla crociera!>>

L’atmosfera è gelata di colpo.

Freddi, immobili.

Marco fissa la luce grigia riflessa sul palazzo di fronte entrare per la finestra e rivelare tutta la grandezza dell’unto che alberga lo sporco forno dei nonni.

Marco e Anna sanno che il Nonno non ha più capito nulla degli ultimi dodici anni, ma cosa abbia realizzato la nonna è un mistero anche per lei.

Anna si gira di scatto a fissarla, attesa.

Gli occhi della vecchia hanno un guizzo, un cambiamento impercettibile. Poi la normalità.

Forse l’assuefazione.

Forse la savietà.

Tutto torna a posto, sono lontani i giorni in cui lei scoppiava a piangere chiamando la sua piccina.

Anna la incalza.

La vecchia cede.

Dopo poco tira fuori un assegno e scrive. Scrive di una calligrafia antica e ben congeniata.

Anna ora la osserva e nota, sotto le cribrose increspature della corazza del tempo, la bellezza che un tempo aveva dovuto scorrerle sui seni e sulle gambe. Se la immagina con un fazzoletto in testa e una flauto tra le mani dirigere qua e là la schiera di uomini che le cadono ai piedi in quei solari anni cinquanta.

<<Quanto metto cara?>>

Marco nel frattempo tiene gli occhi puntati sul Nonno, e un orecchio teso alla cucina, così non appena intuito che la vecchia sta cedendo decide che si può tornare nell’altra stanza e lasciare l’uomo al suo interessantissimo poliziesco.

D’un tratto un fruscio. Ora una mano gli stringe forte il braccio.

Scattando ruota la testa e il magro busto verso la poltrona.

<<Cameriere, un Americano per me  e  un Bellini Cipriani alla signora! E non mi portare un Negroni o uno Sbagliato! Se non sapete fare un Americano dimmelo adesso! Altrimenti Fila!>>

Marco fissa l’anziano allibito e poi rassegnato <<Certo Nonno>> esclama flebile.

Tredici minuti e 36 secondi dopo la nonna gira la prima mandata con la vecchia chiave nella pesante porta di ingresso.

I giovani cominciano a discendere le scale. In silenzio, entrambi avvolti così tanto nei loro pensieri da provare un forte senso di smarrimento nel costringere il loro corpo a concentrarsi su qualcosa di concreto.

Ovattati.

<<Ci…>> comincia Marco alla fine della penultima rampa di logori scalini, con le mani già pronte sull’assegno nella tasca sinistra.

<< Ci pensi tu? Alla mamma dico? Fai tu? No,perchè io…però se tu non potessi sarei così felice…potrei sempre occuparmene…anche se…>>.

<<Si, Io come sempre>> dice Anna in un verso solo, un solo suono lancinante.

Entrambi ammutoliti.

Ora, dall’ultima rampa, proprio prima di uscire dalla casa dove per anni avevano giocato da bambini, il loro compagno di un tempo li implorava con gli occhi di cotto e la vernice malmessa in più punti.

<<Ti ricordi quel Nano?>> comincia malinconico Marco con gli occhi rivolti al vaso del piano di sopra.

Un tentativo forse di farsi scontare un pò del risentimento che la sorella gli aveva sicuramente riservato a causa della senza dubbio fuori luogo richiesta di occuparsi di pagare il cimitero.

<<Lui era il mago, lì nella sua torre alta e noi dovevamo portargli i fiori. E poi finiva sempre…>>

<<Si mi ricordo.>> Anna, brusca stacca la testa al discorso del fratello, di netto.

Si gira e varca il portone per lasciarsi scottare dalla luce del giorno.

Marco rimane un poco con gli occhi smarriti in quelli della statua, e le mani sull’assegno nella tasca.

Poi scende le scale.

In tasca ha quello che basta, ha terminato il suo compito.↥

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Derweze Felicità Follia Frammenti di vita Indie Racconto Tempo Tredici variazioni sul tema Vita da cane

Peristalsi Sociale

Io sono sobrio, e lo riconosco come varco la pesantissima porta a vetri. Lui ha la faccia di uno che lì dentro si è già fatto qualcosa in più di qualche serata: presenta gli occhi rossi e la barba abbastanza sfatta tipici di chi se ne frega della vita, ma porta la sua felpa di marca come se bastasse a blasonarlo, definizione di un alternativo postmoderno. Poca luce e odore di tabacco, stenta a riconoscermi. Non sono stupito, ma sono inspiegabilmente felice di vederlo.
Non che fossimo amici, eravamo a malapena conoscenti, e ora siamo in quel reciproco limbo tra il “lui era quello del mio paese” e il “il suo nome mi è vagamente familiare“, però confesso che tornare a casa e vedere che qualcuno di quelli che un tempo vedevi esiste ancora fa sempre piacere. Sono certezze in un mondo di passati di sabbia.
Mi guarda e fa’ un cenno, ricambio e sposto lo sguardo sulla ragazza oltre il bancone. Anche lei era mia coetanea, abbiamo giocato spesso assieme da bambini e infatti mi riconosce e saluta, o meglio muove la bocca senza emettere un solo, merdosissimo suono, che da queste parti è il minimo sindacale che si accorda a qualunque animale o oggetto che è entrato nel tuo campo visivo almeno una volta durante la tua schifosissima esistenza.
La guardo.
Era una bella ragazza un tempo, era la migliore amica della mia vicina di casa. O forse era la cugina? Non ci penso.
Sono rapito dalla forza e dalla perfidia che il tempo ci mette a volte per sfigurare gli essere a lui sottomessi. Il suo viso è butterato e il suo corpo, lo intravedo coi miei occhi maschilisti attraverso la spessa polo di cotone è burroso e lasso.
Mi guardo intorno.
Riconosco metà della mia classe insieme qualche idiota che faceva (e si faceva di)stronzate con la parte superficiale di me.
Mi guardano, hanno tutti gli occhi rossi.
Ne deduco che l’età delle stronzate per alcuni non finisce nemmeno quando ti trovi a versare acqua ossigenata nel calderone numero 18 in un enorme capannone per conto dell’unica ditta della zona che assume gli sbarbati come forza lavoro provvisoria.
Mi impongo di non giudicare coloro che ho sempre visto intenti a farsi beffa di me e dell’essere che io considero tutt’ora, lontananza a parte, sangue del mio sangue.
Lui entra in quell’istante.
Alcuni occhi ruotano, altri, più intenti a giocare con carte probabilmente più vecchie dei loro culi non si muovono nemmeno.
Da tutti cola omofobia e vernice nera. Sbatto le palpebre, le mie visioni stanno peggiorando.
Lo saluto.
Rimane impietrito, forse non avrei mai dovuto convincerlo a venire qui, in mezzo ai mostri della nostra infanzia, incoscenti carnefici di un passato che tutti abbiamo tentato di consegnare all’oblio. Si guarda intorno, so che adesso si riprenderà e ricomincerà a giurare che lui oramai se ne fotte, che si piace così com’è. Stronzate. Sono ingrato e malfidente,ci sono cose che hai stampato sulla pelle. Ricordi che ti si aprono nel petto e rimangono aperti, a bruciarti addosso come a Derweze.
Io non ci credo.
Sarà il fatto che lui è l’esempio di come si può vivere in un luogo non avendo rapporti nè con esso nè con le bestie infami che se lo prendono come habitat, o forse che io paio la rappresentazione vivente di come ogni volta che scappi da qualcuno o qualcosa ti accorgi sempre di scappare solo da te stesso, ma non ci credo.
Ci sediamo.
Lui ordina da bere, qualcosa di macho, per non dare nell’occhio. Tentativo disperato, variazione sul tema dei gusti forse, non me lo domando.
“Prendo un ghiacciolo grazie. Bianco se possibile”.
Non faccio tentativi fallimentari io. Non siamo mai stati e non saremo mai parte di questo paese.
Ogni tanto un vecchio semisobrio entra e ci squadra da capo a piedi prima di uscire ancora a fumare o prendere posto nel suo scranno anonimo tra i burattini del tempo.
Mi sento osservato come se tutti si aspettassero che adesso salteremo sul tavolo nudi, limonando come delle bisce, o che peggio ci alzeremo per aprire la finestra e far così entrare le nostre amiche streghe che gli rubino l’anima e il preziosissimo vino.
Grazie a dio il tempo dei forconi e delle fiaccole d’odio è finito da qualche tempo.
A lui racconti romantici del ‘700, a me ghiaccioli vecchi di un anno serviti gelidi, in un inverno che di caldo sa avere almeno oggi i colori.
E’ stato per troppo tempo un sogno quello di non dare nell’occhio, lo stesso occhio venoso che ci scruta tutti da sempre.
Ne ho di nuovo piene le palle di questa terra. Non sono nemmeno io quello homo, eppure condivido dolori e dissapori, eppure sono quello che non vive qui.
A parte mia madre non è rimasto quasi nessuno.
Quando non ci sei ti manca come l’aria, ma quando torni ti soffoca a cuscinate come un maniaco omicida.
Non c’è nulla che mi lega a questo fango umido e inquinato.
Esco, provo a ricominciare a scappare.
Il sole caldo mi spara addosso una pioggia di liquide emozioni, volgo lo sguardo all’albero sul quale sorgeva inespugnabile la nostra fortificata casetta di legno e tarme.
Ho l’ansia. E devo rassegnarmi.
Sono incatenato per sempre alle rosse acque che ci hanno generato. ↑

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Follia Frammenti di vita POV Utile

Denti

Da quando ti spuntano li cominci a stringere in attesa che anche i tempi lo facciano, di stringersi dico. Poi cominci a perderli. ↥
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Follia Frammenti di vita Utile

Peristalsi Esistenziale

A volte sentiamo il peso di cose che sappiamo perfettamente non essere accadute, i depressi, come guerrieri non degnati nemmeno di vere battaglie da combattere. ↥