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Come una Farfalla

Quella mattina si era alzato storto, non storto come si alza tutte le mattine un pene curvo, ma piuttosto come potrebbe alzarsi su un palo la bandiera di uno stato collinare. Si era svegliato, interrompendosi nel bel mezzo di un sogno fantastico, fatto di giorni sereni in una terra lontana qualsiasi, sui monti. Sognava di venir investito dall’aria pura di una montagna qualsiasi. Quell’aria così fresca che ti fotte il naso quando ce la butti dentro a forza.
E invece si era svegliato nella solita città di merda, dove l’aria non ce la butti dentro a forza, anzi ti ci ammazzi per respirare il meno possibile, in quella lordura di gas e respiro di poveri in cui inevitabilmente tutti sguazziamo.
A dirla tutta non si era nemmeno reso conto di essersi alzato con la luna storta, semplicemente si era alzato come al solito. La voglia di non vedersi nello specchio gli fece quasi passare la voglia di lavarsela, quella faccia di cazzo che si ritrovava. Raccolto il coraggio alla fine se la lavò, ma non a fondo come sua madre gli aveva detto tutti i giorni di fare quando ancora gli parlava, ovvero fino all’età di 16 anni e 318 giorni,  giorno in cui aveva timidamente avanzato l’idea di mollarla quella scuola di conformisti mammoni. Lavatosi anche le sudice ascelle pelose e bluastre come la calda canottiera da notte in cui ce le infilava senza sosta da mesi, uscì.
Fu una giornata di lavoro come tante, con la giacca di tweed a sorridere a stronzi di cui manco ricordava le facce e a pregare, senza nemmeno troppa convinzione che comprassero qualche scassato catorcio a 2,3 e persino 4 ruote dalla concessionaria dello zio.
Lo zio ci teneva: era uno showroom, non una concessionaria come quella ereditata da suo padre, è un self-made man lui, un homo novus.
A lui invece, non gliene fregava nulla, nè del lavoro nè dello zio di sua moglie. Guidava verso casa, c’era un bel sole estivo, la pista ciclabile sulla sinistra era contornata da una graziosa palizzata di legno, -buon gusto- pensò.
Ruotò il volante del suo catorcio privo persino dei più elementali sistemi ABS per seguire una curva, e, subito dopo: un’altro tocco di buon gusto. Due belle gambe slanciate, nude, lasciate scintillare, bianche e sudate. Gambe contornate da una figura sensuale; in carne, bionda e femminea. A fianco ella aveva, su un’altra bicicletta olandese, una degna compare rossa di capelli. -Rossa di capelli… – continuò la frase nella mente, senza malizia nè maschilismo oggettivante della figura femminile. Lo fece in modo automatico, come si completano gli ultimi giorni di ferie a fine agosto, quando si è già tornati dalle vacanze e non si sa che cazzo fare nella town, una città lonely alla “Gene Mc Daniels”. Distolse lo sguardo da quella carne invitante, “città vuota” la cantava Mina da troppo poco tempo quando lui poteva ancora andare legalmente con ragazze di quell’età.
Era felice, guidava verso casa e era felice, una condizione comune a molti uomini innamorati, e per questo a lui fottutamente estranea.
Si alzava in quella casa di straccioni tutti i giorni e ci ritornava tutte le sere. In realtà la mattina ne fuggiva, e la sera, ci tornava solo perchè vi ci era ricondotto da chissà quale dovere etico verso quelli che dentro sè sapeva essere solo una puttana e la sua prole ingrata.
Infatti se era felice, non lo doveva nè alla tettona nè tantomeno a quella sanguisuga di suo figlio. Tale felicità fu una sensazione nuova. Una new entry in una monotona classifica troppo spesso dominata da prodotti commerciali imbeccati a un pubblico musicale ignorante e becero.
Man mano che guidava era sempre più felice. Rise, alzò la radio, e poi accostò per tentare di trovare una cassetta nello sgangherato bagagliaio che aveva smesso definitivamente di tenere in ordine da quando la figlia di una sua ex ne aveva accolto la visione con un “what a mess!” troppo inglese per la flaccida figura ignorante da cui era stato emesso. Alla fine la trovò, la spolverò con il fiato puzzolente finchè lesse “Catch the wind e altro Donovan”, ovvero la prima cassetta che si era fatto appena aveva potuto permettersi un mangiacassette a due porte.
Cantò, anzi strillò solo, ferendo i passanti con le sue uscite in falsetto troppo acute e, sopratutto troppo poco a tempo.
Stava oramai a un paio di km da casa, in preda a un’euforia fuoriluogo, fuoriuscita, a quanto pare dal profondo del suo inner smile dimenticato.
Si fermò a fare il pieno di benzina per il giorno dopo.
Pensò appena al fatto di essersi messo nella fila “DIESEL”. Poco male, la sua mente era in modalità FELICITA’. Volle comunque mettere 20 euro nella macchinetta con l’intentò di fare affluire benzina dalla pompa 2 fino alla sua auto, parcheggiata davanti alla 1, il tubo era lungo a sufficienza.
Inserì la banconota, attese il riconoscimento e premette 1.
-Cazzo!- la pompa 1 è diesel, avrebbe dovuto premere il pulsante con scritto “2”.
-Un’idiota, sono un’idiota-.
Emergenza depressione nel suo cranio; i livelli di serotonina erano in drastica diminuzione: stava per tornare incazzoso.
Si controllò.
Era troppo felice per lasciarsi destabilizzare dalla sua pulsantissima massa di felicità in cui stava immerso.
Chiese al tipo alto dietro di lui, un tipo smilzo, con gli occhi chiari e la barba fina. Era rumeno, e doveva fare 20 euro di Diesel, il suo salvatore insomma.
Attese che quello che sembrava essere un manovale facesse benzina e consegnasse due banconote da 10, poi, fatta benzina, ripartì verso casa.
Cazzo che felicità che si sentiva dentro, altro che peyote e mescalina.
Arrivato a un semaforo frenò e si sbilanciò per raggiungere l’autoradio con le dita magre e adeguare così il volume di “Colours” al ridotto rumore del motore.
Verde. Ripartì.
-UNO SCINTILLIO!- Sentì un colore. Cioè, con le orecchie non sentì nulla, ma ebbe comunque l’impulso istintivo e immotivato di ruotare di 87º il cranio ossuto, come faceva quando credeva di essere visto mentre digitava il pin del suo telefono aziendale.
Fece appena in tempo a vedere un radiatore che quattro persone, otto occhi per un totale di circa 678grammi, gli andarono addosso a bordo di un grosso van bluastro come la canotta che immediatamente gli venne alla mente.
Si senti strinato, come i peli delle braccia quando quella stronza di donna lo costringeva a fare il “nostro barbecue” per lei, quel mostro di suo figlio e magari anche qualche amichetto brufoloso.
Poi vide il rosso sangue sul cambio di plastica e sulla giacca verde e marrone.
Non realizzò niente.
Nacque triste e morì felice, come un bruco che diventa farfalla. ↥

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Follia Frammenti di vita

Peristalsi Temporale

Sento il tempo, a terra quello trascorso e addosso quello sprecato. Scorre come una cascata sul corpo, lo sento levigarne le forme e strapparne la carne, come la conpartecipazione di un dolore che, brillando tra le scolaresche, (la fantastica gita alle “marmitte dei giganti”) non è mai stato confinato alle rocce. ↥
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Amore Cibo Dio Film Follia Frammenti di vita Palloncini raminghi Photo UFO Utile

Il cuore, purtroppo NON di vitello e NON ai funghi

Time: 22/02/2012   11.30 a.m. ca
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Sollevo per caso lo sguardo dal mio tavolo di lavoro e noto uno strano oggetto rosso-rosa fluttuare a mezz’aria non troppo lontano dalla mia finestra. E fin qui tutto piuttosto nella norma per una persona con la mia immaginazione (eufemismo). Dato che questo mi sembra il luogo per un pò di confessioni, mi sembra il caso di aggiungere che, in realtà: da un pò di tempo a questa parte, nemmeno me lo domando più il perchè di certe cose.

Time: 22/02/2012   11.39 a.m. ca
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Poco dopo l’avvistamento, senza dare nell’occhio, e cercando di sfuggire all’attenzione dei presenti mi alzo e, con una nonchalance che nemmeno Ruth Gordon in questa scena di “Harold e Maude”, riuscendo nell’intento di fingere di essere interessarato, per forse la prima volta in vita mia all’argomento pìù trendy e evergreen tra i british (il tempo), mi avvicino alla finestra e miracolosamente riesco, nonostante le polveri sottili della mia città a scorgere FIN giù nel magro e agonizzante giardino condominiale l’UFO di prima.

Time: 22/02/2012   12.15 p.m. ca
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Scendo in cortile e verifico l’accaduto, e già che ci sono, corredo l’indagine da provetto Poirot con qualche scatto.

Ora, mio sconosciutissimo Dio/Fato/Odino/Zeus o oppure voi, a me ignotissimi Tengu/Chalchiuhtlicue o nel caso non esistiate(oppure esistiate ma non vogliate scomodarvi per l’ultimo dei pirla) chi per voi, vorrei domandarti/vi: MA perchè mandare un Palloncino rotondo, pure piegato a forma di cuore a morire nel MIO giardino, come in una suggestiva favoletta per bambini? Sappiamo entrambi che il “cimitero degli elefanti” è, come il “suicidio dei lemmings” una fantasticheria Disney, quindi perchè arricchire una realtà già ricca di storielle con un altra farsa? Era così forte la necessità di un cimitero per raminghi palloncini del 14/02 che hanno vagato per una settimana nella troposfera? O volete per caso mandarmi un messaggio? Non sarà mica per ammonire il mio aver trascorso gli ultimi San Valentini in solitudine o, ancor più meschinamente nel dubbio, non vanificato dai miei tentativi di autoconvinzione, di essere accanto a partner che non apprezzavo? E’ per via di quella(e) volta in cui ho detto/pensato che l’amore non esiste?
Se è così grazie del garbo e dell’impegno, ma non ci voleva tutta quella bella scenicità (infatti come ho toccato l’ UFO è scoppiato, probabilmente a causa dell’usura), e anzi, sarebbe stato sufficiente molto meno impegno per farmi confessare. Non penso davvero che l’amore non esista, del resto si dice che “la speranza è l’ultima a morire”, a quanto pare ultima anche dopo i Palloncini raminghi. ↥

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Dio Frammenti di vita Indie Mainstream Mondrian Utile

La prima di regola di ogni buon urbanista è NON eliminare gli STOP superflui, perchè mica per forza tutti i vecchi urbanisti sono dei bontemponi

A: “Domanda: un amante dei pannolini è ok o no?”
B: “Risposta: ogni cane di paglia è un’uomo esploso, ovvero finchè non ti fa a pezzi è un’uomo nella norma”
A: “dici che mi fa a pezzi?”
B: “non prevedo il futuro”
A: “dovresti”
B: “forse”
A: “saresti utile”
B: “sono già utile”
A: “…”
B: “sono già utile, VERO?”
Dio mio, devo prevedere il futuro? E’ questo quello che vuoi da me? Imparare a prevedere il futuro? Ma non è un pò banale? Perchè già che ci siamo non mi dai delle tavole di pietra? Magari anche uno scalpello e un pò di pastelli a cera così ti faccio un bell Mondrian su andesite?
E poi, perchè non farmi nascere già Mondrian nel caso? Ci tengo a dirti che mi sarei accontentato anche di un artista un pochino meno rompiculo.
Mi domando se, e nel caso così fosse anche “perchè”, vedere il futuro è da considerarsi mainstream tra gli indovini, ma certamente indie per i poveri stronzi.↥