Categories
Follia Sanità Vita da cane zdante

Supposti cristallomanti autosabotanti

Uomo che non vuole crescere, sfregio la sfera di cristallo con cui dovrei essere felice di poter servirmi del futuro. ↥

Categories
Follia Frammenti di vita Vita da cane

Orme da seguire verso un futuro ancora da creare.

Crescere é per alcuni quando smetti di sperare di essere speciale e scopri di essere una delle molte fortezze di arroganza con la blanda attenuante di una opaca intelligenza. ↥

Categories
Follia Frammenti di vita POV Sanità Vita da cane zdante

Peristalsi Ecologica

Guida solo verso casa, c’è una timida mezzaluna pallida sullo sfondo di una centrale elettrica, là, tra le nuvole arrossate dall’inquinamento luminoso ancora si compie il putrido idillio di uno spreco comunitario che da tempo avrebbe potuto imparare da se stesso. Intanto là sotto la gente continua a esistere. ↥

Categories
Frammenti di vita Tempo Vita da cane zdante

Se la sfida é trovare un titolo che non abbia a che fare con peristalsi, vomito e schifezze varie…

Per il moderno la libertà é quella cosa che non sai come usare, per la quale combatteresti ma che non ti accorgi se sparisce a piccole dosi.↥

Categories
Cane Frammenti di vita Photo POV Sanità Vita da cane

Rivisitazione peristaltica

Gli approfondimenti psicologici sono per i supplicanti dell’altrui ricordo, il bisogno di sbattersi nero su bianco si abbisogna solo di parole e non senso, a volte di parole senza senso.↥

Categories
Cane Felicità Follia Frammenti di vita Tempo Vita da cane zdante

Peristaltico ritorno di fiamma

Impotenza davanti alla voglia di uccidere il tempo, vana rivalsa sul fatto che lui uccide me, ogni istante.↥

Categories
Derweze Felicità Follia Frammenti di vita Indie Racconto Tempo Tredici variazioni sul tema Vita da cane

Peristalsi Sociale

Io sono sobrio, e lo riconosco come varco la pesantissima porta a vetri. Lui ha la faccia di uno che lì dentro si è già fatto qualcosa in più di qualche serata: presenta gli occhi rossi e la barba abbastanza sfatta tipici di chi se ne frega della vita, ma porta la sua felpa di marca come se bastasse a blasonarlo, definizione di un alternativo postmoderno. Poca luce e odore di tabacco, stenta a riconoscermi. Non sono stupito, ma sono inspiegabilmente felice di vederlo.
Non che fossimo amici, eravamo a malapena conoscenti, e ora siamo in quel reciproco limbo tra il “lui era quello del mio paese” e il “il suo nome mi è vagamente familiare“, però confesso che tornare a casa e vedere che qualcuno di quelli che un tempo vedevi esiste ancora fa sempre piacere. Sono certezze in un mondo di passati di sabbia.
Mi guarda e fa’ un cenno, ricambio e sposto lo sguardo sulla ragazza oltre il bancone. Anche lei era mia coetanea, abbiamo giocato spesso assieme da bambini e infatti mi riconosce e saluta, o meglio muove la bocca senza emettere un solo, merdosissimo suono, che da queste parti è il minimo sindacale che si accorda a qualunque animale o oggetto che è entrato nel tuo campo visivo almeno una volta durante la tua schifosissima esistenza.
La guardo.
Era una bella ragazza un tempo, era la migliore amica della mia vicina di casa. O forse era la cugina? Non ci penso.
Sono rapito dalla forza e dalla perfidia che il tempo ci mette a volte per sfigurare gli essere a lui sottomessi. Il suo viso è butterato e il suo corpo, lo intravedo coi miei occhi maschilisti attraverso la spessa polo di cotone è burroso e lasso.
Mi guardo intorno.
Riconosco metà della mia classe insieme qualche idiota che faceva (e si faceva di)stronzate con la parte superficiale di me.
Mi guardano, hanno tutti gli occhi rossi.
Ne deduco che l’età delle stronzate per alcuni non finisce nemmeno quando ti trovi a versare acqua ossigenata nel calderone numero 18 in un enorme capannone per conto dell’unica ditta della zona che assume gli sbarbati come forza lavoro provvisoria.
Mi impongo di non giudicare coloro che ho sempre visto intenti a farsi beffa di me e dell’essere che io considero tutt’ora, lontananza a parte, sangue del mio sangue.
Lui entra in quell’istante.
Alcuni occhi ruotano, altri, più intenti a giocare con carte probabilmente più vecchie dei loro culi non si muovono nemmeno.
Da tutti cola omofobia e vernice nera. Sbatto le palpebre, le mie visioni stanno peggiorando.
Lo saluto.
Rimane impietrito, forse non avrei mai dovuto convincerlo a venire qui, in mezzo ai mostri della nostra infanzia, incoscenti carnefici di un passato che tutti abbiamo tentato di consegnare all’oblio. Si guarda intorno, so che adesso si riprenderà e ricomincerà a giurare che lui oramai se ne fotte, che si piace così com’è. Stronzate. Sono ingrato e malfidente,ci sono cose che hai stampato sulla pelle. Ricordi che ti si aprono nel petto e rimangono aperti, a bruciarti addosso come a Derweze.
Io non ci credo.
Sarà il fatto che lui è l’esempio di come si può vivere in un luogo non avendo rapporti nè con esso nè con le bestie infami che se lo prendono come habitat, o forse che io paio la rappresentazione vivente di come ogni volta che scappi da qualcuno o qualcosa ti accorgi sempre di scappare solo da te stesso, ma non ci credo.
Ci sediamo.
Lui ordina da bere, qualcosa di macho, per non dare nell’occhio. Tentativo disperato, variazione sul tema dei gusti forse, non me lo domando.
“Prendo un ghiacciolo grazie. Bianco se possibile”.
Non faccio tentativi fallimentari io. Non siamo mai stati e non saremo mai parte di questo paese.
Ogni tanto un vecchio semisobrio entra e ci squadra da capo a piedi prima di uscire ancora a fumare o prendere posto nel suo scranno anonimo tra i burattini del tempo.
Mi sento osservato come se tutti si aspettassero che adesso salteremo sul tavolo nudi, limonando come delle bisce, o che peggio ci alzeremo per aprire la finestra e far così entrare le nostre amiche streghe che gli rubino l’anima e il preziosissimo vino.
Grazie a dio il tempo dei forconi e delle fiaccole d’odio è finito da qualche tempo.
A lui racconti romantici del ‘700, a me ghiaccioli vecchi di un anno serviti gelidi, in un inverno che di caldo sa avere almeno oggi i colori.
E’ stato per troppo tempo un sogno quello di non dare nell’occhio, lo stesso occhio venoso che ci scruta tutti da sempre.
Ne ho di nuovo piene le palle di questa terra. Non sono nemmeno io quello homo, eppure condivido dolori e dissapori, eppure sono quello che non vive qui.
A parte mia madre non è rimasto quasi nessuno.
Quando non ci sei ti manca come l’aria, ma quando torni ti soffoca a cuscinate come un maniaco omicida.
Non c’è nulla che mi lega a questo fango umido e inquinato.
Esco, provo a ricominciare a scappare.
Il sole caldo mi spara addosso una pioggia di liquide emozioni, volgo lo sguardo all’albero sul quale sorgeva inespugnabile la nostra fortificata casetta di legno e tarme.
Ho l’ansia. E devo rassegnarmi.
Sono incatenato per sempre alle rosse acque che ci hanno generato. ↑

Categories
Catch the Wind Città Vuota Colours Donovan Felicità Follia Frammenti di vita Gene Mc Daniels It's a lonely town Mina Morte POV Racconto Vita da cane

Come una Farfalla

Quella mattina si era alzato storto, non storto come si alza tutte le mattine un pene curvo, ma piuttosto come potrebbe alzarsi su un palo la bandiera di uno stato collinare. Si era svegliato, interrompendosi nel bel mezzo di un sogno fantastico, fatto di giorni sereni in una terra lontana qualsiasi, sui monti. Sognava di venir investito dall’aria pura di una montagna qualsiasi. Quell’aria così fresca che ti fotte il naso quando ce la butti dentro a forza.
E invece si era svegliato nella solita città di merda, dove l’aria non ce la butti dentro a forza, anzi ti ci ammazzi per respirare il meno possibile, in quella lordura di gas e respiro di poveri in cui inevitabilmente tutti sguazziamo.
A dirla tutta non si era nemmeno reso conto di essersi alzato con la luna storta, semplicemente si era alzato come al solito. La voglia di non vedersi nello specchio gli fece quasi passare la voglia di lavarsela, quella faccia di cazzo che si ritrovava. Raccolto il coraggio alla fine se la lavò, ma non a fondo come sua madre gli aveva detto tutti i giorni di fare quando ancora gli parlava, ovvero fino all’età di 16 anni e 318 giorni,  giorno in cui aveva timidamente avanzato l’idea di mollarla quella scuola di conformisti mammoni. Lavatosi anche le sudice ascelle pelose e bluastre come la calda canottiera da notte in cui ce le infilava senza sosta da mesi, uscì.
Fu una giornata di lavoro come tante, con la giacca di tweed a sorridere a stronzi di cui manco ricordava le facce e a pregare, senza nemmeno troppa convinzione che comprassero qualche scassato catorcio a 2,3 e persino 4 ruote dalla concessionaria dello zio.
Lo zio ci teneva: era uno showroom, non una concessionaria come quella ereditata da suo padre, è un self-made man lui, un homo novus.
A lui invece, non gliene fregava nulla, nè del lavoro nè dello zio di sua moglie. Guidava verso casa, c’era un bel sole estivo, la pista ciclabile sulla sinistra era contornata da una graziosa palizzata di legno, -buon gusto- pensò.
Ruotò il volante del suo catorcio privo persino dei più elementali sistemi ABS per seguire una curva, e, subito dopo: un’altro tocco di buon gusto. Due belle gambe slanciate, nude, lasciate scintillare, bianche e sudate. Gambe contornate da una figura sensuale; in carne, bionda e femminea. A fianco ella aveva, su un’altra bicicletta olandese, una degna compare rossa di capelli. -Rossa di capelli… – continuò la frase nella mente, senza malizia nè maschilismo oggettivante della figura femminile. Lo fece in modo automatico, come si completano gli ultimi giorni di ferie a fine agosto, quando si è già tornati dalle vacanze e non si sa che cazzo fare nella town, una città lonely alla “Gene Mc Daniels”. Distolse lo sguardo da quella carne invitante, “città vuota” la cantava Mina da troppo poco tempo quando lui poteva ancora andare legalmente con ragazze di quell’età.
Era felice, guidava verso casa e era felice, una condizione comune a molti uomini innamorati, e per questo a lui fottutamente estranea.
Si alzava in quella casa di straccioni tutti i giorni e ci ritornava tutte le sere. In realtà la mattina ne fuggiva, e la sera, ci tornava solo perchè vi ci era ricondotto da chissà quale dovere etico verso quelli che dentro sè sapeva essere solo una puttana e la sua prole ingrata.
Infatti se era felice, non lo doveva nè alla tettona nè tantomeno a quella sanguisuga di suo figlio. Tale felicità fu una sensazione nuova. Una new entry in una monotona classifica troppo spesso dominata da prodotti commerciali imbeccati a un pubblico musicale ignorante e becero.
Man mano che guidava era sempre più felice. Rise, alzò la radio, e poi accostò per tentare di trovare una cassetta nello sgangherato bagagliaio che aveva smesso definitivamente di tenere in ordine da quando la figlia di una sua ex ne aveva accolto la visione con un “what a mess!” troppo inglese per la flaccida figura ignorante da cui era stato emesso. Alla fine la trovò, la spolverò con il fiato puzzolente finchè lesse “Catch the wind e altro Donovan”, ovvero la prima cassetta che si era fatto appena aveva potuto permettersi un mangiacassette a due porte.
Cantò, anzi strillò solo, ferendo i passanti con le sue uscite in falsetto troppo acute e, sopratutto troppo poco a tempo.
Stava oramai a un paio di km da casa, in preda a un’euforia fuoriluogo, fuoriuscita, a quanto pare dal profondo del suo inner smile dimenticato.
Si fermò a fare il pieno di benzina per il giorno dopo.
Pensò appena al fatto di essersi messo nella fila “DIESEL”. Poco male, la sua mente era in modalità FELICITA’. Volle comunque mettere 20 euro nella macchinetta con l’intentò di fare affluire benzina dalla pompa 2 fino alla sua auto, parcheggiata davanti alla 1, il tubo era lungo a sufficienza.
Inserì la banconota, attese il riconoscimento e premette 1.
-Cazzo!- la pompa 1 è diesel, avrebbe dovuto premere il pulsante con scritto “2”.
-Un’idiota, sono un’idiota-.
Emergenza depressione nel suo cranio; i livelli di serotonina erano in drastica diminuzione: stava per tornare incazzoso.
Si controllò.
Era troppo felice per lasciarsi destabilizzare dalla sua pulsantissima massa di felicità in cui stava immerso.
Chiese al tipo alto dietro di lui, un tipo smilzo, con gli occhi chiari e la barba fina. Era rumeno, e doveva fare 20 euro di Diesel, il suo salvatore insomma.
Attese che quello che sembrava essere un manovale facesse benzina e consegnasse due banconote da 10, poi, fatta benzina, ripartì verso casa.
Cazzo che felicità che si sentiva dentro, altro che peyote e mescalina.
Arrivato a un semaforo frenò e si sbilanciò per raggiungere l’autoradio con le dita magre e adeguare così il volume di “Colours” al ridotto rumore del motore.
Verde. Ripartì.
-UNO SCINTILLIO!- Sentì un colore. Cioè, con le orecchie non sentì nulla, ma ebbe comunque l’impulso istintivo e immotivato di ruotare di 87º il cranio ossuto, come faceva quando credeva di essere visto mentre digitava il pin del suo telefono aziendale.
Fece appena in tempo a vedere un radiatore che quattro persone, otto occhi per un totale di circa 678grammi, gli andarono addosso a bordo di un grosso van bluastro come la canotta che immediatamente gli venne alla mente.
Si senti strinato, come i peli delle braccia quando quella stronza di donna lo costringeva a fare il “nostro barbecue” per lei, quel mostro di suo figlio e magari anche qualche amichetto brufoloso.
Poi vide il rosso sangue sul cambio di plastica e sulla giacca verde e marrone.
Non realizzò niente.
Nacque triste e morì felice, come un bruco che diventa farfalla. ↥

Categories
Amore Follia Morte Pornografia POV Racconto Sesso Trama film porno di serie B Vita da cane

Settembrino racconto di avorio e pece

Oggi

Faccia a terra e colpi di suola all’altezza dei reni.
Le suole, lo può sentire attraverso il maglioncino scollato resosi finalmente necessario in quel troppo caldo settembre, sono di buona fattura, non solo resistenti, sono anche in un certo senso morbide, le sente scattare elastiche mentre si allontanano da lui per caricare un’altro dei calci destinatogli.
-Sembra ottima gomma vista da quaggiù-pensa.


Dodici settimane fa

Marco, sdraiato su un terrazzo caldo e secco godeva malizioso del sole che gli scaldava le membra e gli rallegrava la mente. Sdraiato a quel modo, con i fianchi arroventati e le pelvi appena intorpidite si godeva un sole che non era il suo, su un terrazzo che non gli apparteneva e, lo sapeva bene, di lì a poco si sarebbe goduto ancora una volta una moglie che non aveva sposato. Marilena non era la sua donna, Marilena, a dirla tutta non era nemmeno donna, perlomeno non una di quelle di donne per cui un uomo si mette a fare follie. Ella, silhouette offuscata agli angoli da un sole stanco e non eccessivamente caldo, appariva veramente soda sulle braccia, che rimanevano anche sfigurate da cicatrici non spiegate, ma eccessivamente flaccida sul ventre grinzoso, e di certo i jeans incolori strappati appena al di sotto del linguine erano inclementi nel nasconderle un’interno coscia burroso e sfatto. Nonostante l’immagine controluce e impietosa di lei si proiettasse capovolta sulla sua retina circondata da una forte luce, Marco riusciva comunque a indovinare l’eccessivo contrasto che c’era tra i capelli neri come pece e la carne bianca come avorio della femmina che si stagliava davanti a lui. -Pece e avorio- considerò-mai si mischiano-. Egli non riusciva a non pensarci, non la desiderava, non l’amava, ma finchè il marito non fosse tornato da nonsapevanemmenoluidovefosse, non avrebbe lasciato che un’altra semplice scopata eludesse le sue grasse dita. Mai l’avrebbe lasciata, dato che i suoi erano tutto sommato buoni coiti, spesso accompagnati da qualche scroccato raggio di sole servito su un vassoio di dolci pasticcini da discount e sopratutto accompagnati da tanto, tanto alcool gratis. Lei dal canto suo non l’amava di certo. Era un’uomo alto, veramente alto, dai lineamenti duri e un poco ossuti, ma era così decadente, così arricciato nel suo sacco di cute e la sua pelle così rovinata dal fumo e dal clima secco che era impossibile esserne folgorate, nemmeno per una donna che non vedesse un uomo da lustri interi. E poi aveva quel neo. Egli aveva, al di sotto del mento un’immenso neo, un tumore, pensava lei, in cui stava piantata una fitta boscaglia di peli lunghi ma incerti, che ora si arrotolavano su sè stessi, ora si abbracciavano l’un l’altro, danzando sui propri bulbi piliferi, come canne al vento. Lei odiava il suo collo, quando lui era sopra di lei chiudeva gli occhi per non vederlo, quando gli baciava il collo doveva trattenere il respiro, quando la testa di lui scendeva nei pressi del suo monte venereo aveva un tremito di orrore che avrebbe trattenuto il suo orgasmo anche se, cosa che di rado le era capitata, fosse stato un masso in caduta libera da un grattacielo. Del resto era una donna che non aveva alternative.Carlo, l’uomo che amava, o aveva amato, o comunque quello che si scopava, e sopratutto la scopava in modo non saltuario, era in galera da parecchio tempo. Nel quartiere, nella città o forse in tutto lo stato si conosceva Carlo con tanti nomignoli davvero poco simpatici, nessuno dei quali ti farebbe venir voglia di scoparti la sua flaccida donna mentre lui potrebbe avere un buono uscita da uno dei suoi tanti amici in qualsiasi momento. Marco queste cose le sapeva, ma, semplicemente se ne fotteva. Lui aveva imparato a fottersene di tutto e sopratutto di tutti. Da quando aveva compiuto dodici anni aveva cominciato a sentirsi il meglio alle spalle, una figura solitaria che non si sentiva di aver fatto nulla, e inoltre convinta che non avrebbe mai fatto meglio di quel nulla che aveva lasciato al mondo. Non lavorava, non giocava d’azzardo, si drogava saltuarialmente, beveva molto e quando beveva, scopava abbastanza, incurante di coloro a cui donava il suo amore. Prima di Marilena egli era vissuto a casa di parecchie signorine, finchè le cose tra lui e quella di turno erano finite, finchè i soldi di lei erano finiti, oppure, cosa non rara, finchè si era fatto tutta la droga disponibile.
La sua era una misera esistenza, lo sapeva e se ne riusciva comunque a fottere, non pensandoci, con o senza droga.
Stavolta non era mica diverso: il marito di Marilena sarebbe tornato, l’avrebbe visto mentre, ansimante e sudato, cosparso di olio sodomizzava la sua consenziente mogliettina e poi gli avrebbe sparato, forse lo avrebbe torturato prima di ammazzarlo, ma comunque come accade sempre la traditrice, Marilena, si sarebbe beccata la fetta maggiore di quella torta d’odio e di risentimento che il cornuto avrebbe avuto da offrire. Oppure semplicemente, tornando a casa di lei nel pomeriggio avrebbe sentito una voce di maschio carcerato attraverso il sottile strato di legno e metallo che faceva da porta in quell’appartamento devastato d’odio, o avrebbe visto che le tende erano tirate, e avrebbe capito che era il momento di trovare un’altro nido da spolpare. Magari tornando da una settimana trascorsa a smaltire una cinquantina di birre avrebbe visto che la spazzatura al cantuccio 6 nel cortile era raddoppiata e si sarebbe salvato in tempo.
Del resto vita o morte non gli importava tanto, -Solo gli esseri idioti- pensava, -sono soddisfatti dalla divisione tra pece e avorio-.
Anzi, è più facile: -solo gli idioti sono soddisfatti-.


Otto settimane fa

Sentiva la carne di lei che si muoveva sopra di sè, e, in minima parte attorno a lui. In realtà era quella minima parte a fare la differenza, quel sacco di carne zigrinata e flaccida in cui lei gli permetteva di saziare le sue voglie.
Venne.
Venne anche lei, contemporaneamente, o forse finse, o forse lui finse e fu solo come una pisciata in un sacchetto, ma non vi fu differenza per lui, non sul momento.
Però poi, quando lei poco dopo le passà le braccia sul petto e arrivò a abbracciarlo, le cose cambiarono.
Fu la prima volta che si abbracciarono dopo essersi sudati addosso tante volte, la prima volta che lei ci provò o la prima che lui lo acconsentì. Stavano lì, abbracciati e madidi.
Lui guardò il corpo di lei, era flaccido e puzzolente come sempre, ma in quel momento aveva, forse era il punto di vista, un suo particolare perchè. Il suo organismo era come in armonia con sè stesso, era caldo, magari un poco sovrappeso, ecco tutto. Anzi forse era solo “in carne”.
Le guardò le braccia. Le cicatrici non erano più orrende, erano solo vecchie, forse autoinflitte, forse coatte, però ora erano lattiginose, gli apparivano meno inutili. Gli dicevano qualcosa di lei, Marco non sapeva cosa, ma esse gli parlavano, come i falsi storici pur mentendo dicono qualcosa allo storico, dicono di quello che non sono. Il suo corpo era così: mentendo su cosa lei non poteva essere gli rivelavano cosa lei era davvero. Era fottutamente confuso.
Si alzò e prese da fumare, notò i pasticcini appoggiati sul vassoio sbattuto sul pouffè, non stavano a ricordarle la misera sottomarca tedesca da cui erano stati prodotti, ma erano diversi questa volta, più belli, più gentili. Erano fatti da lei, erano completamente slabrati ai lati e troppo cotti. Una teofania, una epifania, anzi -Cratofania, di lei o del destino- pensò.
Cerco di capire e poi si girò.
La donna era nuda e flaccida, avorio e pece. Lei lo guardò, amorevole.
Marco si riprese il tabacco, si rivestì e usci sbattendo la porta contro il fracassato stipite di compensato,e per poco evitò di sbatterci anche la testa.
Aveva amato, era un tempo che gli appariva lontanissimo, etereo. Aveva 15 o 16 anni e era innamorato, perso di quella ragazza con i capelli lunghi. Anche lei lo amava, e si baciavano rotolando sul prato pubblico del centro città, e c’erano le foglie cadute a terra, e il sole. Ora, lui non era vecchio, ma raggrinzito dal fumo e dall’ero, di cui aveva fatto parecchio uso a suo tempo. Del resto non era nemmeno giovane, e di certo la propensione a innamorarsi non era stata in nessuno dei pensieri dell’ ultima quindicina d’anni. Ora c’era una donna che lo amava. A dirla tutta tante donne l’avevano amato. Egli le aveva illuse, giustificate, capite, talvolta aiutate, sempre scopate, ma mai amate.
Ora amava una flaccida donna ubriacona e tagliuzzata su braccia e pube e che, cosa peggiore, apparteneva a un criminale spietato che stava dietro le sbarre e che una volta uscito non avrebbe esitato a tagliuzzare i suoi di genitali.


Ora

Gli occhi fissi verso un muro alla sua destra, un bel dipinto, un ghigno di morte dipinto, un bel graffito.
-Bel lavoro writer, sei mica un tagger cazzo!- si figura di dire all’artista, -writer de locuri de muncă bine acum nu sunt tagger-; avrebbe detto, ma il rumeno Marco non lo ha mai parlato.
E la gomma, ora che gli hanno cambiato posizione e le scarpe gli stanno spaccando il naso lo può sentire chiaramente: è ottima gomma, di quelle che ti lasciano l’odore nel naso a distanza di 20 minuti, e anche dopo anni sono saporite e pungenti come appena uscite da chissà quale pregiatissima scatola di spesso cartonato lucido.
Veramente ottima scelta.
Giura che se proprio ne avrà modo le andrà a comprare l’indomani stesso, è gomma troppo fottutamente elastica quella.
Due settimane fa Marco, non si sarebbe di certo mai fatto picchiare faccia a terra nell’umida fanghiglia di fine settembre, ma due settimane prima egli credeva di dover vivere, inoltre di fanghiglia settembrina non ce ne era ancora, almeno così credeva, e sopratutto, Carlo non conosceva la sua faccia, non ancora.


Due settimane fa

Marco e Marilena adesso stavano assieme. Parlavano prima e dopo le consumazioni del loro amore, e non solo per riempire i buchi tra due eventi separati.
Era un casino stare con lui. Chiuso in sè stesso, trincerato dietro barricate immaginarie e, alla minima distrazione, intento a ferirla in nome di una perversa forma di autodifesa. Ma, è bene che sia detto, c’erano rari momenti in cui lui non dava altro che amore, pura luce emessa dal suo cuore sotterrato, e poi -non mi picchia, non mi droga e non mi vende- pensava lei, e le bastava.
Lui cercava un lavoro, sognava di scappare dall’Italia e di dare un futuro migliore alla tossica tagliuzzata che aveva scoperto non essere poi nemmeno sposata a Carlo. A conti fatti non è che ci volesse poi tanto a emigrare, lei non era analfabeta e poi era volenterosa, lui aveva il diploma tecnico e, anche se di soldi ne avevano pochi, ne avrebbero tirati sù abbastanza per comprarsi due biglietti per quasi tutte le destinazioni, almeno in seconda classe: comprando due economys gli sarebbe così avanzato la somma per iniziare una vita, e più avanti magari qualche attività in qualche parte del globo un pò meno stronza del quartiere di Carlo. Carlo, su raccomandazione di qualcuno usciva di galera, Marco, su raccomandazione di Marilena comprava la farina tipo ‘0’.
Egli stava entrando al centro commerciale vicino casa, lontano dal quartiere di lei, passò affianco a una vecchia donna intenta a cercare di leggere la confezione di una torta di pasticceria e rise mentalmente, gli sembrava in trip la vecchia, tanto era assorta.
E poi lo vide.
Fu come un attacco di prosopagnosia, lo aveva visto sempre e solo in foto, gli aveva rubato il letto, la moglie, e talvolta il gilet estivo, ma non l’aveva mai visto di persona.
Ora la sua mente non voleva riconoscerlo.
La mente dell’altro, aggressiva e incattivita, voleva sbrigarsi a prendere i cioccolatini, la mano, rugosa e segnata, voleva prendere l’amante di sua moglie, il pene, trascurato e solo non vedeva l’ora di arrivare a casa e buttarsi sulla sua donna; tutti loro erano d’accordo sul non gradire che uno sconosciuto ora li stesse fissando immobile e sbigottito. Fortunatamente Marco distolse lo sguardo e si mise a guardare uno stupendo set di 4 pentole che se solo lui avesse voluto avrebbe varcato quelle splendide porte trasparenti che gli stavano davanti per soli 29,90 euro. Accarezzò le pentole, le tastò, tocco la carta che le avvolgeva, sorrise alla vecchia, ora non più in trip, che stava dall’altra parte del cestone delle promozioni e controllò che Carlo stesse proseguendo a analizzare i pasticcini. Poi filò fuori nel parcheggio, filò a casa di Marilena, filò su per la prima rampa di scale, filò su per la seconda, stanco di filare suonò il campanello. Imprecò perchè Marilena tardava a aprire la porta, imprecò perchè Marilena si stava asciugando i capelli e non sentiva, imprecò perchè Marilena non voleva lasciare tutto e scappare, imprecò in auto, imprecò all’areoporto, stanco di imprecare si addormentò addosso a lei su un sedile di classe economica di un volo economico per un paese che, a detta della signora del check-in di una compagnia economica, era economicissimo.


Stamattina

Quella mattina Marco si era svegliato in un hotel di Brasov, dove oramai stazionava fisso da quattro giorni. Marilena, ora egli ne era sicuro, l’amava, ma la cosa non l’aveva trattenuta dall’ammazzarsi, oramai 6 giorni prima.
Marilena, sola e ubriaca nella 137, aveva ricevuto una telefonata da ‘Nina, l’unica parente, per quanto lontana, che le rimaneva. Fu una breve chiamata, in cui ‘Nina le disse di come Carlo avesse fatto visita al San Giorgio al cugino di lei, padre di Marilena, che era poi stato trovato morto, e in questa parte del racconto ella si riservava il diritto di tacere sui dettagli del numero di ossa che la faccia dell’uomo aveva conservate intatte.
Marilena, chiusa la conversazione aveva pianto, Marco lo sapeva dal cuscino del letto che, quando era rientrato aveva trovato intriso di una soluzione acquosa, ricca di muco, elettroliti, acidi organici, proteine e lipidi. Sembrava proprio liquido lacrimale.
Marilena, presa dalla rabbia aveva poi gridato, questo Marco lo supponeva perchè l’amava e sperava di conoscerla.
Marilena in seguito, e questo lo dicevano i medici, aveva ricominciato a bere, più pesantemente, poi si era convinta che Carlo li avrebbe raggiunti e uccisi entrambi, che avrebbero perso, che l’avrebbe stuprata, che l’avrebbe venduta, che l’avrebbe drogata, che avrebbe ucciso Marco.
Si drogò ancora, niente polvere e niente spade. Si drogò di paura e ciò la uccise dentro, ancor prima di quando fu lei a uccidersi, in un modo semplice e diretto, lo stesso modo che verrebbe in mente a qualunque sconfortato ubriaco al settimo piano di un albergo rumeno con delle invitanti finestre in vetroresina e acciaio. Successe poi che Marco, rientrando, distrutto, avesse tentato di fare lo stesso, ma il tenente Vlahuţă, con la scusa di qualche domanda sullo “spiacevole episodio accaduto” gli avesse fottuto la morte, e salvato la vita. Oppure come era più proprenso a credere lo sfortunato: Vlahuţă gli fotteva sia la morte che la vita.
Punti di vista differenti a cui non fu dato il modo di confrontarsi, non per volere del tenente, quanto per il fatto che Marco era ripiombato in un tubo di indifferenza eterea e vergognosa, la quale non stimolò mai un dialogo stentato con un tenente rumeno.
Aveva prima cambiato albergo, poi città e ora, stanco di scappare dalla morte, da Carlo, dalle sue cazzate, stava appollaiato nella 626 a attendere che Carlo, il “Teschio”, viso affilato e mento aguzzo, arrivasse e portasse con sè la sua morte.
Era stato proprio lui a attirare Carlo.
Aveva chiamato il Mengo, il panettierericettatore della via di Marilena, gli aveva raccontato tutta la storia, dicendo di trovarsi con la donna in quell’hotel di quella città, e poi, aveva aspettato. Attese che il bastardo andasse a venderlo/regalarlo al “Teschio”. -E’ la soluzione migliore a tutto, a tutta la faccenda- riteneva -io, muoio, incastro Carlo, e crepando magari vado anche dalla Mari-.

Riguardo a quest’ultima parte era particolarmente scettico, ma i punti precedenti lo convincevano abbastanza da fargli pensare di tentare il “colpaccio”.

Ora il graffito diventa agli occhi di Marco sempre più ghignante. Rosastro, era questo il mix di colore che si ottiene a mischiare sangue e lacrime. Come da bambini con le tempere. Piange. Dolore e rimorso, l’aveva amata quella cazzo di tossica; flaccida come un burro ma tenera come un vitello. Pensa al cibo, alla vita, alla morte. Salsa rosa! Ecco cosa gli cola addosso, salsa rosa mischiata a pomodoro! Sta morendo, si sta lasciando morire, non che avesse mai vissuto se non nei giorni della eroinomane tagliuzzata, ma ora era felice, nulla di meglio da fare in vita che levare Carlo dalle strade, incastrandolo. Aveva riempito la sua stanza con un piccolo foglio bianco in cui scriveva la sua paura. Una lettera indirizzata alla signora delle pulizie, al signore della polizia o a chiunque l’avesse letta. Ci aveva scritto di come si sentisse braccato da Carlo, di come egli fosse un violento, un assassino, di come egli lo volesse morto per una questione d’amore, una scappatella con la sua donna. Lui era colpevole, Marco una vittima. Tanto lo sapeva, tutti al quartiere parlano a Carlo della polizia, ma nessuno parla alla polizia di Carlo. Non si sarebbe saputa la storia di lui e Marilena: Carlo lo voleva ammazzare, la vittima era scappata, Carlo l’aveva raggiunto e ucciso. Fine.

Liscio come l’olio
-Ma l’ultima parola non ce l’hanno i mortali-  sibila Marco.
Carlo lo sente.
Blocca la valanga di improperi e si ferma di colpo, lo sta fissando, -el vrea să moară- dice al ragazzo robusto con la testa quadra che Giulio Despiti, suo amico di infanzia e compagno di sbronze, gli aveva fornito come aiutante-guida autoctona.
-Vorresti la fine, eh maiale?-.
Marco è immobile, zitto, si è fottuto il piano.
Si vede rientrare in albergo, usato come una pezza per i piedi, si vede fare cenno alla receptionist di non batter ciglio e di dargli solo le sue strafottutissime chiavi.
Si vede entrare in camera, e accarezzare la lettera, imprecare.
Si è tirato la zappa sui piedi, anzi, nemmeno la zappa si era riuscito a tirare su quei stramaledettissimi piedi a banana. – Un’idiota- pensa <un’idiota>, ma in fondo, accarezzando la lettera, tra un bestemmia di dolore e l’altra, sarà forse sazio di punizioni, pronto a rinascere, alla faccia del ghigno sul muro.↥

Categories
Cane Fontecedro Luttazzi Pornografia POV Valeria Marini Vita da cane

Lo vedi da solo che la libertà di espressione della Rete è una stronzata per tanti versi, “chi glielo spiega a Valeria Marini?”

Mi chiedo continuamente se il mio cane faccia una vita migliore della mia. Sono ossessionato da inutili domande di questo tipo.
Voglio dire, non sono abbastanza cane (mi perdonerò il wordgame) da non capire che ognuno ha una vita da cane (cani del mondo, se mai mi degnerete di una lettura imploro il vostro perdono) vista dal proprio POV (si, il punto di vista, ma purtoppo l’argomento di questo post non è uno squallido sextape di seconda mano in cui la nostra giovane promessa della pornografia è bellabella in primo piano intenta a fare ciò per cui la pagano[che poi, questi talentuosissime vengono pagate?]); ma nemmeno abbastanza asceta (o cane?) dal potermi esimere dal pormi questioni di senso sulla vita.
Dicevo, non che importi poi tanto se proprio LUI stia meglio di me, però vorrei sapere se sono solo fottutamente depressa[1] oppure, se quei simpaticoni che parlano di alienazione delle società avanzate (avanzate?) e stronzate varie, un pochino ci hanno preso[2], del resto c’è stato un tempo in cui mica era permesso a tutti gli strilloni di quartiere di scrivere e autoperpetrare le lore idee, e quindi è necessario continuare a considerare quei “simpaticoni” di cui sopra come gente che qualcosina in testa, oltre ai capitali per pagarsi una pubblicazione, dovesse pur averla.
La questione in realtà nemmeno si pone dato che è evidente che sia la [1] che la [2] sono, dal nostro POV umano, equipollenti, anzi, probabilmente vere entrambe. Intanto sono le solite, vecchie questioni da filosofi, domande che, anche se siamo sempre spinti a farci, non hanno mai soluzione terrena (di qui la speranza-pretesa che almeno LUI, l’invidiato cane, non abbia di questi problemi) .
Del resto come il Professor Fontecedro (4 novembre 1996) sosteneva:
“[la filosofia è una materia]…completamente inutile! 3000 anni di pensiero filosofico occidentale e l’unico risultato? Non è importante tanto la risposta che viene data quanto le domande che vengo fatte! Bhè è facile! Sono sempre le solite domande: Chi siamo? Da dove veniamo e Dove andiamo? La realtà esiste? E se no, chi glielo spiega a Valeria Marini?