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Peristalsi Sociale

Io sono sobrio, e lo riconosco come varco la pesantissima porta a vetri. Lui ha la faccia di uno che lì dentro si è già fatto qualcosa in più di qualche serata: presenta gli occhi rossi e la barba abbastanza sfatta tipici di chi se ne frega della vita, ma porta la sua felpa di marca come se bastasse a blasonarlo, definizione di un alternativo postmoderno. Poca luce e odore di tabacco, stenta a riconoscermi. Non sono stupito, ma sono inspiegabilmente felice di vederlo.
Non che fossimo amici, eravamo a malapena conoscenti, e ora siamo in quel reciproco limbo tra il “lui era quello del mio paese” e il “il suo nome mi è vagamente familiare“, però confesso che tornare a casa e vedere che qualcuno di quelli che un tempo vedevi esiste ancora fa sempre piacere. Sono certezze in un mondo di passati di sabbia.
Mi guarda e fa’ un cenno, ricambio e sposto lo sguardo sulla ragazza oltre il bancone. Anche lei era mia coetanea, abbiamo giocato spesso assieme da bambini e infatti mi riconosce e saluta, o meglio muove la bocca senza emettere un solo, merdosissimo suono, che da queste parti è il minimo sindacale che si accorda a qualunque animale o oggetto che è entrato nel tuo campo visivo almeno una volta durante la tua schifosissima esistenza.
La guardo.
Era una bella ragazza un tempo, era la migliore amica della mia vicina di casa. O forse era la cugina? Non ci penso.
Sono rapito dalla forza e dalla perfidia che il tempo ci mette a volte per sfigurare gli essere a lui sottomessi. Il suo viso è butterato e il suo corpo, lo intravedo coi miei occhi maschilisti attraverso la spessa polo di cotone è burroso e lasso.
Mi guardo intorno.
Riconosco metà della mia classe insieme qualche idiota che faceva (e si faceva di)stronzate con la parte superficiale di me.
Mi guardano, hanno tutti gli occhi rossi.
Ne deduco che l’età delle stronzate per alcuni non finisce nemmeno quando ti trovi a versare acqua ossigenata nel calderone numero 18 in un enorme capannone per conto dell’unica ditta della zona che assume gli sbarbati come forza lavoro provvisoria.
Mi impongo di non giudicare coloro che ho sempre visto intenti a farsi beffa di me e dell’essere che io considero tutt’ora, lontananza a parte, sangue del mio sangue.
Lui entra in quell’istante.
Alcuni occhi ruotano, altri, più intenti a giocare con carte probabilmente più vecchie dei loro culi non si muovono nemmeno.
Da tutti cola omofobia e vernice nera. Sbatto le palpebre, le mie visioni stanno peggiorando.
Lo saluto.
Rimane impietrito, forse non avrei mai dovuto convincerlo a venire qui, in mezzo ai mostri della nostra infanzia, incoscenti carnefici di un passato che tutti abbiamo tentato di consegnare all’oblio. Si guarda intorno, so che adesso si riprenderà e ricomincerà a giurare che lui oramai se ne fotte, che si piace così com’è. Stronzate. Sono ingrato e malfidente,ci sono cose che hai stampato sulla pelle. Ricordi che ti si aprono nel petto e rimangono aperti, a bruciarti addosso come a Derweze.
Io non ci credo.
Sarà il fatto che lui è l’esempio di come si può vivere in un luogo non avendo rapporti nè con esso nè con le bestie infami che se lo prendono come habitat, o forse che io paio la rappresentazione vivente di come ogni volta che scappi da qualcuno o qualcosa ti accorgi sempre di scappare solo da te stesso, ma non ci credo.
Ci sediamo.
Lui ordina da bere, qualcosa di macho, per non dare nell’occhio. Tentativo disperato, variazione sul tema dei gusti forse, non me lo domando.
“Prendo un ghiacciolo grazie. Bianco se possibile”.
Non faccio tentativi fallimentari io. Non siamo mai stati e non saremo mai parte di questo paese.
Ogni tanto un vecchio semisobrio entra e ci squadra da capo a piedi prima di uscire ancora a fumare o prendere posto nel suo scranno anonimo tra i burattini del tempo.
Mi sento osservato come se tutti si aspettassero che adesso salteremo sul tavolo nudi, limonando come delle bisce, o che peggio ci alzeremo per aprire la finestra e far così entrare le nostre amiche streghe che gli rubino l’anima e il preziosissimo vino.
Grazie a dio il tempo dei forconi e delle fiaccole d’odio è finito da qualche tempo.
A lui racconti romantici del ‘700, a me ghiaccioli vecchi di un anno serviti gelidi, in un inverno che di caldo sa avere almeno oggi i colori.
E’ stato per troppo tempo un sogno quello di non dare nell’occhio, lo stesso occhio venoso che ci scruta tutti da sempre.
Ne ho di nuovo piene le palle di questa terra. Non sono nemmeno io quello homo, eppure condivido dolori e dissapori, eppure sono quello che non vive qui.
A parte mia madre non è rimasto quasi nessuno.
Quando non ci sei ti manca come l’aria, ma quando torni ti soffoca a cuscinate come un maniaco omicida.
Non c’è nulla che mi lega a questo fango umido e inquinato.
Esco, provo a ricominciare a scappare.
Il sole caldo mi spara addosso una pioggia di liquide emozioni, volgo lo sguardo all’albero sul quale sorgeva inespugnabile la nostra fortificata casetta di legno e tarme.
Ho l’ansia. E devo rassegnarmi.
Sono incatenato per sempre alle rosse acque che ci hanno generato. ↑

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Dio Frammenti di vita Indie Mainstream Mondrian Utile

La prima di regola di ogni buon urbanista è NON eliminare gli STOP superflui, perchè mica per forza tutti i vecchi urbanisti sono dei bontemponi

A: “Domanda: un amante dei pannolini è ok o no?”
B: “Risposta: ogni cane di paglia è un’uomo esploso, ovvero finchè non ti fa a pezzi è un’uomo nella norma”
A: “dici che mi fa a pezzi?”
B: “non prevedo il futuro”
A: “dovresti”
B: “forse”
A: “saresti utile”
B: “sono già utile”
A: “…”
B: “sono già utile, VERO?”
Dio mio, devo prevedere il futuro? E’ questo quello che vuoi da me? Imparare a prevedere il futuro? Ma non è un pò banale? Perchè già che ci siamo non mi dai delle tavole di pietra? Magari anche uno scalpello e un pò di pastelli a cera così ti faccio un bell Mondrian su andesite?
E poi, perchè non farmi nascere già Mondrian nel caso? Ci tengo a dirti che mi sarei accontentato anche di un artista un pochino meno rompiculo.
Mi domando se, e nel caso così fosse anche “perchè”, vedere il futuro è da considerarsi mainstream tra gli indovini, ma certamente indie per i poveri stronzi.↥