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Rivisitazione peristaltica

Gli approfondimenti psicologici sono per i supplicanti dell’altrui ricordo, il bisogno di sbattersi nero su bianco si abbisogna solo di parole e non senso, a volte di parole senza senso.↥

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Doveri Familiari

Gira il volante e entra in retromarcia. Il culo suo e della macchina girati verso dove stanno muovendo.

La macchina è quella di sempre, lei invece abbastanza simile a quella solita, ovvero è sempre uguale a sé stessa come tutti noi, ma si illude di essere rinata dalle ceneri a cui la non recente perdita l’ha ridotta.

Scende e saluta il fratello, si vedono ben poco di recente.

E poi ritrovarsi dalla nonna non è esattamente come andare a farsi due canne assieme al parco, un minimo di ritegno và tenuto e perciò alcuni pensieri li devi ammazzare sul nascere. Lui è bravo a mantenere il cervello in un perenne stato di quiescenza: droghe, alcool, robe così. Lei invece, di recente non riesce più a reprimere tutto quello che ha tentato da sempre di affibbiare a ogni serata che in questi anni le è passata accanto diretta ai gloriosi paesi di Droghe e Alcool.

La nonna abita in una di quelle prime case popolari che poi sono state lasciate lì a crepare, strozzate da altri palazzoni più alti e più grigi.

Non è la tipica vecchia sola e depressa la loro nonna, non sono mica protagonisti di un banale raccontino vagamente decadente.

Non è sola perchè vive con quello che rimane dell’essere senza raziocinio che abita il corpo senza forma del marito.

Non è depressa perchè ha il cervello sfasciato dai TCA e pure tante simpatiche monoamine che gli sguazzano nelle sinapsi.

I nipotini varcano la sottile porta metallica, come i Cip&Ciop di un passato sfuggito, risorgono dentro il loro albero in una Paperopoli dimenticata.

Il Nonno nemmeno li riconosce ma il saluto loro nei suoi confronti viene spontaneo.

Poi la nonna gli salta addosso e comincia a vomitargli in viso parole dolci e resoconti senza senso sugli ultimi pettegolezzi del quartiere.

Si spostano in cucina e il Nonno, come una glitch della matrice riprende a fissare la televisione esattamente come prima, non che la visita non lo faccia felice, ma è probabile che non si ricordi nemmeno che abbiano suonato alla porta. Anche la trama del presunto telefilm di azione non è evoluta molto nonostante la interruzione di 2-3 minuti, ma tanto lui non se la ricorda comunque.

Dopo circa un’oretta lo stomaco in cui la nonna conservava gli aneddoti è vuoto, e Marco, stremato dalla noia ha così il suo momento per attaccare.

La prende molto alla lontana: << Vedi nonna, tu sai che io di recente ho perso il lavoro….>> Incomincia.

Si sforza di essere calmo e gentile ma si sente come quando lei lo costringeva a dire la poesia di Natale davanti alla zia Rita, la vecchia stronza che gli violentava la guance ogni volta che lo vedeva: impacciato e sudato.

Come si fa a mentire a una vecchia drogata che anche in quel momento è strafatta di antidepressivi e nemmeno ha realizzato la morte della sua unica figlia?

Come fai a dirle che la misera eredità che tua madre ti ha lasciato te la sei sparata per comprarti un viaggettino al paese di Droghe e adesso non hai manco di che rinnovare il contratto dodecennale per il suo stretto loculo al cimitero?

Lui, sudato e in crisi di astinenza, lei imbellettata e in piena fase di “tendenza all’intossicazione cronica” si squadrano.

Sta per avere una crisi.

“Perchè cazzo mi fissi?”

“Perchè non lo vuoi capire che tutto questo è merito tuo e del tuo schifosissimo modo di nascondere i problemi?”

“Perchè cazzo pensi che siamo cresciuti tutti tossici?”

Vorrebbe gridarlo.

Sputarglielo in faccia.

E invece è immobile. Pallido e immobile.

Interviene Anna, spiega la situazione, tralasciandone i dettagli.

<<Quello che stiamo cercando di dirti, nonna è che abbiamo bisogno di un prestito simbolico…>> Cauta e pacata introduce il discorso.

<<Guarda che hanno suonato il campanello!>> grida a un tratto il Nonno.

Marco, con un sorriso rassicurante alla vecchia, coglie la scusa per alzarsi e tentare di curare un pò degli errori di anacronismo a cui il sistema nervoso centrale del nonno è molto avvezzo.

<<No, Nonno siamo stati io e Anna a suonare un pò di tempo fa…>>

Giunge appena alla porta a soffietto,simbolica divisione tra le due piccole stanze che il nonno grida eccitato.

<<Isa è tua figlia! E’ tornata dalla crociera!>>

L’atmosfera è gelata di colpo.

Freddi, immobili.

Marco fissa la luce grigia riflessa sul palazzo di fronte entrare per la finestra e rivelare tutta la grandezza dell’unto che alberga lo sporco forno dei nonni.

Marco e Anna sanno che il Nonno non ha più capito nulla degli ultimi dodici anni, ma cosa abbia realizzato la nonna è un mistero anche per lei.

Anna si gira di scatto a fissarla, attesa.

Gli occhi della vecchia hanno un guizzo, un cambiamento impercettibile. Poi la normalità.

Forse l’assuefazione.

Forse la savietà.

Tutto torna a posto, sono lontani i giorni in cui lei scoppiava a piangere chiamando la sua piccina.

Anna la incalza.

La vecchia cede.

Dopo poco tira fuori un assegno e scrive. Scrive di una calligrafia antica e ben congeniata.

Anna ora la osserva e nota, sotto le cribrose increspature della corazza del tempo, la bellezza che un tempo aveva dovuto scorrerle sui seni e sulle gambe. Se la immagina con un fazzoletto in testa e una flauto tra le mani dirigere qua e là la schiera di uomini che le cadono ai piedi in quei solari anni cinquanta.

<<Quanto metto cara?>>

Marco nel frattempo tiene gli occhi puntati sul Nonno, e un orecchio teso alla cucina, così non appena intuito che la vecchia sta cedendo decide che si può tornare nell’altra stanza e lasciare l’uomo al suo interessantissimo poliziesco.

D’un tratto un fruscio. Ora una mano gli stringe forte il braccio.

Scattando ruota la testa e il magro busto verso la poltrona.

<<Cameriere, un Americano per me  e  un Bellini Cipriani alla signora! E non mi portare un Negroni o uno Sbagliato! Se non sapete fare un Americano dimmelo adesso! Altrimenti Fila!>>

Marco fissa l’anziano allibito e poi rassegnato <<Certo Nonno>> esclama flebile.

Tredici minuti e 36 secondi dopo la nonna gira la prima mandata con la vecchia chiave nella pesante porta di ingresso.

I giovani cominciano a discendere le scale. In silenzio, entrambi avvolti così tanto nei loro pensieri da provare un forte senso di smarrimento nel costringere il loro corpo a concentrarsi su qualcosa di concreto.

Ovattati.

<<Ci…>> comincia Marco alla fine della penultima rampa di logori scalini, con le mani già pronte sull’assegno nella tasca sinistra.

<< Ci pensi tu? Alla mamma dico? Fai tu? No,perchè io…però se tu non potessi sarei così felice…potrei sempre occuparmene…anche se…>>.

<<Si, Io come sempre>> dice Anna in un verso solo, un solo suono lancinante.

Entrambi ammutoliti.

Ora, dall’ultima rampa, proprio prima di uscire dalla casa dove per anni avevano giocato da bambini, il loro compagno di un tempo li implorava con gli occhi di cotto e la vernice malmessa in più punti.

<<Ti ricordi quel Nano?>> comincia malinconico Marco con gli occhi rivolti al vaso del piano di sopra.

Un tentativo forse di farsi scontare un pò del risentimento che la sorella gli aveva sicuramente riservato a causa della senza dubbio fuori luogo richiesta di occuparsi di pagare il cimitero.

<<Lui era il mago, lì nella sua torre alta e noi dovevamo portargli i fiori. E poi finiva sempre…>>

<<Si mi ricordo.>> Anna, brusca stacca la testa al discorso del fratello, di netto.

Si gira e varca il portone per lasciarsi scottare dalla luce del giorno.

Marco rimane un poco con gli occhi smarriti in quelli della statua, e le mani sull’assegno nella tasca.

Poi scende le scale.

In tasca ha quello che basta, ha terminato il suo compito.↥

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Primo dozzinale racconto infantile di morte intitolato al vorticoso moto psichico

PROLOGO
Ogni uomo è un universo, e il suo di universo era sempre stato abbastanza incasinato, dominato, per così dire dal chaos.
Il suo era quel tipo di chaos che una volta ti fa gioire del vortiginoso disequilibrio della mente, e il giorno dopo ti getta in quell’incertezza da altalena che tutti i bambini ricercano come tossici di quartiere.
Nonostante il caotico universo dei suoi 1359 centrimetri cubici di cervello, il palese squilibrio nella distribuzione di serotonina e la conseguente depressione che la caratterizzava, la Duccia riusciva a condurre un’esistenza pressochè normale. E anzi, riusciva a mantenere parvenze quasi credibili di felicità con chiunque non sapesse che suo marito, Giorgio Ducci aveva l’hobby, in cui era vero maestro, di cornificarla a più non posso. All’inizio della loro vita insieme, lui era fedele come un gatto ammansito, ma poi, con l’incedere degli anni e il corrispettivo crescere della paura di invecchiare, paura che incomincia a mangiare il cuore di ogni uomo sopra i 40, le cose erano cambiate, cambiate di molto.
Negli ultimi tempi, il Duccio, uomo avvenente e dal fascino sempreverde, coaudiovato quest’ultimo dall’enorme capitale che possedeva e dell’utilizzo spregiudicamente generoso che ne faceva, aveva incrementato ulteriormente il mai esiguo numero delle amanti con cui si intratteneva e che si intrattenevano con i suoi soldi, e di consiguenza aveva incrementato la quantità di denaro che usciva dalle casse familiari.
La Duccia aveva sempre saputo dei passatempi extramatrimoniali del marito, ma abituata da tempo a essere donna pragmatica e operativa, complice forse il fatto che l’infatuazione per il bel “Giorgione” era sfiorita a terra con l’arrivo del suo secondo autunno da moglie, non se ne era mai curata più di tanto. Del resto lei aveva potuto permettersi di non curarsi degli affari di lui solo e esclusivamente finchè essi non incominciarono a interferire con i già poco costosi affari di lei, ovvero fino al 13 Marzo del loro diciannovesimo anno di matrimonio.

13 Marzo
Quello fu il giorno in cui la Duccia, di ritorno dalla consueta visita settimanale al non certo enorme Store di VitaBio, chiese timidamente al marito, stancamente distratto su una poltrona del vasto salotto e tutto intento a una meticolosa pianificazione mentale del prossimo incontro con la signorina da cui si era appena separato, se egli conoscesse il motivo di un rifiuto tanto deciso da parte del commesso di VitaBio a accettare uno dei suoi soliti pagherò.
Egli ruzzolò in piedi, sbuffò e disse: “Domani mattina presto chiamerò la banca, ora vai pure in giardino a finire la tua serra.”
“Ma io non posso finire la serra piccola senza i pali di sostegno,il pvc e l’altro materiale che avrei dovuto acquistare oggi.”
“Bhè allora esci e fai quel che puoi con il materiale che hai già.” disse brusco lui prima di alzarsi e spingere con costruita e mal ostentata tranquillità il suo tenace corpo verso la grande finestra sulla strada.
La Duccia, da anni abituata al fare del marito, di cui oramai riusciva a apprezzare solo i sempre più rari momenti in cui lui si scomodava a ossequiare l’ancora appetibile corpo di lei, non rimase affatto colpita dalle parole, nè dal fatto che lui non avesse ascoltata, e nemmeno dal fatto che lui si atteggiava come un idiota, ma fu folgorata dalla sua mal ostentata tranquillità.
La stessa mal ostentata tranquillità, il cui ricordo la fece scottare mentre scaldava la miscela di cera e colla per proteggere i suoi vasi, le fece cadere due volte la forchetta durante il quasi ultimo magro pasto serale di cui la Quaresima la rendeva schiava ogni anno, e che persino le fece perdere il sonno la notte stessa.
“Io posso tranquillamente accettare tutte le sue cazzate”, continuava a ripetersi “ma non che non mi si tenga nascosta la vera situazione economica mia, o ancor peggio di mio figlio”.
Infatti all’inizio della fine, il loro matrimonio era stato salvato dal comune amore incondizionato che entrambi avevano cominciato a provare (ognuno a proprio modo) verso il prodotto genico che, poco prima del fatidico autunno, uno degli allora non stanchi spermatozooi di cui Giorgio era ancora così poco prodigo, aveva contribuito a creare nel ventre di lei. Il pargolo, che all’età di 14 anni era stato spedito a studiare in un istituto conforme alla sua superiore intelligenza, era stato per lungo tempo il motivo principe di nondisgregazione del nucleo Ducci. Ora, all’età di 17 lo stesso rischiava di diventare, nell’universo mentale di lei, motivo principe di un’ondata di disequilibrio che minacciava le sabbiose sponde dell’umido matrimonio attorno a cui lei si era tanto prodigata per scavarsi un fossato, o meglio quella che sarebbe presto diventata una fossa.

14 Marzo
La nottata, trascorsa in quel modo carico di laceranti dubbi e vertiginosi interrogativi l’aveva riavvicinata al marito, per il quale aveva cominciato a provare una perversa forma di intensa compassione. La stessa compassione, se ne rendeva conto lei stessa, che si ha verso quei bambini che, perpetrando comportamenti più volte sconsigliati sono causa del loro stesso dolore. E lui in fondo era così: un bambinone. Si ritrovava tra le mani questa enorme fortuna in parte ereditata (ma di certo accresciuta), e tra le gambe una altrettanto grande fortuna completamente, a quanto si poteva supporre ereditata.
E così trascorreva la sua vita, un pò governata dalla prima fortuna, quando si erano incontrati sopratutto, e un pò dalla seconda, di recente. E ora, lei temeva, Giorgio, come un auto troppo obbidiente schiantata ubriaca contro un muro, rotolava veloce contro qualcosa più grande di lui, qualcosa che poteva far schiantare anche lei.
La mattina presto la Duccia si alzò, ma invece di andare in giardino, come Giorgio avrebbe potuto pensare se si fosse degnato di aprire un occhio quando lei si era capottata sugli stivali di lui, reduci da uno dei suoi maleodoranti “partitoni” a Poker e mollati sull’uscio, uscì e andò in paese.
Il centro del paese era non molto lontano dalla loro villa semiborghese, e fu per questo che l’impiegata della banca (che per altro Giorgio si era già scopata due o tre stanze più a est) fece molta fatica a nascondere il proprio stupore nell’apprendere che la Duccia non sapesse ancora che fine stessero lentamente facendo le ricchezze del marito.
Il suo imbarazzò fu tale che nel momento in cui la Duccia chiese i nomi dei tanto noti nuovi cofirmatari e beneficiari delle rendite dell’appartamento in via Togliatti, dell’azienda tessile e dei campi in collina, ella finse di essersi sentita chiamata dal direttore e diede così tempo alla pluricornificata di rendersi conto di cosa le era appena stato rivelato. Erano tutti nomi femminili.
“Chi erano quelle donne? Come poteva Giorgio essere stato così idiota da farsi raggirare e intestare quasi tutti i suoi,anzi i loro averi a delle puttane?Ma poi puttane lo erano davvero, quelle là? Brutto bastardo, è così necessario regalare una casa a ognuna di quelle che ti scopi?”
Pensò ai ricatti cui il marito poteva essere vittima, a scontate trame da B-movies, romanzi gialli e squallidi racconti da blog.
Pensieri di morte le affollarono le sinapsi.
Delusione e rabbia le affollarono la mente, le menti, le varie menti che le combattevano quotidianamente nel cranio.
Mentre pedalava verso casa sognava a occhi aperti il suo arrivo, scendere in corsa dalla bici e convogliare tutto il suo odio in un colpo di pistola, un’ascia, o il veleno, l’acido. Costringerlo a confessare, in punto di morte, vita, morte e miracoli delle sue puttane.
Si calmò.
Tutte cazzate. Di cazzate, a 48 anni e senza lavoro, con l’hobby unico di un giardinaggio di alta classe che di lavoro te ne può offrire ben poco, non ce ne si può proprio permettere.
Arrivò a casa, calma, pensava ai fiori, alle gardenie e alle gerbere. Pace, armonia e profumo di fieno. Lo vide, lo squadrò, gli chiese spiegazioni, risposte che credeva di meritare a domande che si sentiva in diritto di porre.
Lui le sbattè la porta in faccia, lei ora aveva cambiato ancora idea: una nuova mente con un nuovo piano.

15 Marzo
Poteva funzionare. Vedova di un uomo morto, di cui alcuni possedimenti erano cointestati a nomi di donne, un buon numero, ma non abbastanza grande da non permetterle di condurre una vita agiata con quelli rimanenti. Azioni, terreni e edifici le avrebbero garantito il sostentamento necessario fino alla morte, a lei, ma sopratutto al suo bambino. La fine del cuore avrebbe preservato le ricchezze dalla bramosia del pene. Poteva funzionare.
Si vedeva già, vestita di nero fingere davanti a tutti di non volere intraprendere azioni legali contro nessuno, di soldi, lei, straziata dal dolore ne aveva abbastanza, voleva solo rinchiudersi in casa, salvare quello che la fatalità le aveva lasciato, senza battaglie in tribunale. Si tenessero le case, lei aveva abbastanza. Poteva funzionare.
“Poteva funzionare”.
Una notte dopo, non un’altra di riappacificazione mentale con Giorgio, ma una di appacificazione mentale con l’idea di Giorgio morto, ella aveva già in mente un idea, il modo di attuarla e il tempo più propizio per farlo, aveva cioè quello che tanto tra gli scrittori improvvisati quanto tra gli assassini alle prime armi si chiama banalmente un piano. Tale piano si articolava in quattro semplici punti, per una vita serena per lei e per la sua prole.
Punto 1: “Avvelenare. So come fare”.
Punto 2: “Occultare. Boschi? Gandhi è arrivato a sostenere che sono le cose semplici quelle che mozzano il fiato, letteralmente direi, poi e io non sono certo meglio di lui “.
Punto 3: “Denunciare la scomparsa. Bhè lo scomparso sarà scomparso, basta dirlo al primo con la divisa che mi capita a tiro”.
Punto 4: “Estraniarsi dalle colpe e soffrire genuinamente. Poco da dire: nessuno è immune ai sensi di colpa”.

PUNTO PRIMO: Avvelenare
Per una botanica provetta, sbarazzarsi delle uova non è mai stato un problema, e nemmeno dei pidocchi annessi.
Ora che Giorgio era improvvisamente stato degradato da “pidocchio che mi mantiene” a “pidocchio di cui sbarazzarsi”, si trattava per lei solo di attuare su larga scala ciò che faceva da anni nell’elaborato fazzoletto di terra dietro casa. L’odio per il pidocchio e l’avere lo Store di VitaBio a un tiro di schioppo fece il resto. In un ora e un quarto aveva una dose di sufficiente di maldison per ammazzarci Giorgio e per disinfestarci due o tre volte il giardino. “Mica male per 16,89 euro” pensò.
Somministrarlo a Giorgio fu più problematico.
Il bastardo era di buona famiglia, adagiato ancora infante su lenzuola pulite e si sa, infilare un pesticida in bocca al palato raffinato della regina di inghilterra è un pò più complicato che ficcarlo in quella di un white trash ubriaco. Così, fidandosi di cosa gli aveva raccontato delle sue pecore il Toglini, il vicino di casa, anche lui botanico dilettante, pensava che sarebbe riuscire a far inghiottire una modesta quantità di maldison a un essere vivente per intossicarlo a puntino.
Fece un casino.
Non era un assassina, e prima di allora non aveva mai considerato nemmeno lontanamente la possibilità di esserlo.
Rientrò presto dalla spesa in paese e si mise a preparare una torta per il suo maritino, il quale arrivò, reduce da chissà quale scopata pomeridiana verso le 5. Ebbe un momento di dubbio, non le sembrava possibile che lui fosse davvero così impegnato a cornificarla. Poi ricordò il suo movente, non passionale. Così si misero a bere il thè, lui assaggiò la torta. Lei pallida, lui rosso, poi lei rossa, lui verde. Giorgiò si alzò in piedi di scatto, sputò, bestemmiò, la chiamo puttana, le domandò in modo poco gentile che cosa avesse tentato di fare, troia com’era, e poi si diresse nel bagno più vicino, quello piccolo per gli ospiti, continuando a sputarsi tra le mani e, come lei ebbe modo di notare in seguito, anche sul raffinato parquet anteguerra. Lei rimase ferma immobile, impietrita, ma incazzata nera.
Nessuna paura, o meglio sul momento di paura, quel tipo di fottuta paura che ti sbrana la razionalità via dal corpo, ne aveva provata molta, ma del resto si era decisa a sopprimere tutti quei moti di equilibrato universo che fanno da ritorno di fiamma nelle menti turbate. E al suo universo mentale gli ultimi avvenimenti, di turbe ne avevano provocate ben più di qualcuna. Fece ciò che credeva andasse fatto.
Qui fu l’arguzia della Duccia a ordire un piano B efficace e, si sa fare incazzare gente che maneggia sostanze tossiche è di per se idiota, ma far incazzare una donna che maneggia sostanze tossiche e che per altro si è tirata in piedi una serra di 45,8 metri quadrati da sola, coibentata a arte, è, se possibile, peggio.
La Duccia infatti, memore anche di cosa gli aveva raccontato il veterinario del Toglini, lo stesso vicino di casa botanico, sapeva ora che se quel pesticida veniva nebulizzato in un ambiente chiuso e poco ventilato diventava malaossone, 60 volte più tossico, e quindi 60 volte più utile per ammazzarci mariti puttanieri. Venne aiutata dal fatto che non c’è migliore definizione per un bagno degli ospiti di una casa coloniale che non sia “ambiente chiuso e poco ventilato”. Dopo che la Duccia ebbe girato la chiave e spruzzato una modesta quantità di pesticida dalla ventola, domandandosi mestamente se quello rimanente le sarebbe poi bastato davvero per disinfestarci due o tre volte il giardino, Giorgio era improvvisamente divenuto un vero topolino in trappola e come tale graffiava invano la porta e le pareti tutt’intorno.
Poco tempo più in là, mentre lei, l’orecchio teso teneva lo sguardo sulla strada, lui se ne andò anche all’altro mondo come un topolino, squittendo, dibattendosi e ranicchiandosi a pancia all’aria.

PUNTO SECONDO: Occultare
Uno dei vari vantaggi dell’abitare in una enorme casa coloniale alle porte, si fa per dire, di un paese sperduto nella pianura, dove ci sono un solo medico, un solo veterinario e un solo panettiere è che, specialmente se sei un assassino senza licenza, non c’è pericolo che qualcuno ti veda, sul fare della sera mentre carichi un sacco verdescuro grande quanto un maschio caucasico in carne di anni 46 sul retro del tuo furgoncino. Inoltre quando hai passato il tratto di polveroso sentiero che unisce la tua casa coloniale alle porte,si fa per dire, del paese e sei arrivato all’imboccatura del bosco, puoi dir lo giuro che hai appena compiuto il delitto perfetto. Oltre a aver fatto tutto ciò, la Duccia, che migliorava le sue arti assassine si era anche ricordata di dormire un’oretta, farsi un caffè e portarsi una vanga e un pila non abbastanza luminosa da essere vista attraverso le fitte paresti vegetali.

PUNTO TERZO: Denunciare
Denunciare la scomparsa fu la parte più semplice di tutta l’operazione. Per essere scomparso il puttaniere era davvero scomparso, la Duccia non mentiva a dire che lui era “scomparso”. In pratica invece di dire che lui era morto, disse semplicemente che lui era scomparso. Fu il nipote del Toglini, il poliziotto, a non essere abbastanza arguto da afferrare il fatto che quando la Duccia diceva “scomparso” intendeva “morto, trapassato, spirato” o meglio:”scomparso dal mondo corrotto di noi squallide persone terrene”.
Ovviamente, per quanto la Duccia provò, e in parti riuscì, a convincersi di non aver mai mentito, di essere, per parafrasare “un’assassina, ma non una bugiarda di certo”, e nemmeno, come aveva sostenuto Giorgio una “troia”, non era abbastanza idiota per avere un successo completo sulla sua turbinosa mente.
La cosa fu tanto uno svantaggio al punto TERZO quanto un vantaggio al QUARTO.

PUNTO QUARTO: Soffrire
Soffrire? Soffrì. Non fingeva. Aveva intossicato, ucciso, sepolto e occultato il corpo dell’uomo che era stato il suo faro in gioventù, che aveva ammirato come un padre, che aveva stimato come un santo, lo stesso che aveva, in un tempo che ora sembrava davvero remoto, amato. Anche in questa fase ciò che allontanò da lei i sospetti di tutti fu la sottilissima differenza tra quello che si credeva fosse correntemente il motivo della sua sofferenza e quello che in realtà era.
Pentita, amareggiata, in parte forse anche estraniata da ciò che aveva fatto, ora soffriva genuinamente, pianse a casa da sola, pianse a casa del nipote del Toglini. Strillò, a casa da sola e dal Toglini. Lo insultò, insultò tutti quelli che non lo cercavano, che non cercavano il suo scomparso marito.
Si tentarono tutte le strade, il movente dell’ amore, del denaro, del ricatto, della passione. Si aspettano telefonate da rapitori, gruppi terroristici e assassini pentiti. Alla fine le sue lacrime piansero via i molli, insidiosi, liquidi sospetti che avrebbero potuto lambirla. Era una moglie affranta per la misteriosa scomparsa del marito, come tante, solo che lei era affranta per averla provocata.

EPILOGO
27 Luglio
Lentamente la Duccia cominciava a passare sopra a tutta la questione: equilibrio, fiori, gardenie e gerbere. E poi pace, armonia e profumo di fieno. A tratti le mancavano gli stivali di Giorgio sbattuti, ubriachi e fradici davanti alla porta ogni settimana, ma scavando in qualche vaso alla ricerca di germogli nascosti sotto l’umido strato di terriccio, non c’erano stivali che non potessero venir dimenticati.
Oramai, la signorina Ghersi, la Mapperio, e la moglie del veterinario Bunni, avevano avuto le loro fette della gustosissima torta Ducci, avevano passato anche un pò di casini nel momento di giustificarlo ai rispettivi mariti, chi ne aveva, ma ora stavano già tutte benone. Anche la Duccia era migliorata, meno attacchi di panico, meno flussi di disequilibrio mentale. Aveva fatto del male, ma perseguiva un sottile, strato di bene per lei e poi per la sua prole.

7 Agosto
15:20 LND Il figlio saggio allieta il padre, ma l’uomo stolto disprezza sua madre.

“Ciao Mamma come stai? Ti scrivo per provare la macchina da scrivere che mi sono comprato con i soldi dello scorso mese, scrive molto bene e fino adesso non si è ancora mai veramente inceppata, così non mi pesa il fashino del vintage, a mio parere vale ciò che costa. Volevo poi sapere come procedono le cose, in giardino? Le piante? La serra? Credo che verrò a trovarti settimana prossima, ho molte cose da raccontarti, ma sopratutto abbiamo molte cose, vere e proprio questioni di cui parlare.
Con affetto, tuo figlio.
Ps: Io so, e questa lettera segna l’inizio di un tuo ricatto, ovviamente non farne parola con nessuno.”

Calda mattina di agosto, la Duccia si siede nello scranno da solotto del marito. Testa pesante ma pensiero lineare.
“Ammazzo mio marito per il bene di mio figlio, la mia vita per la sua, e lui? Ricatta, come se fossimo sconosciuti, come se non ci conoscessimo”. Come se ogni uomo fosse un universo, ognuno con i propri flussi. ↥

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Il cuore, purtroppo NON di vitello e NON ai funghi

Time: 22/02/2012   11.30 a.m. ca
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Sollevo per caso lo sguardo dal mio tavolo di lavoro e noto uno strano oggetto rosso-rosa fluttuare a mezz’aria non troppo lontano dalla mia finestra. E fin qui tutto piuttosto nella norma per una persona con la mia immaginazione (eufemismo). Dato che questo mi sembra il luogo per un pò di confessioni, mi sembra il caso di aggiungere che, in realtà: da un pò di tempo a questa parte, nemmeno me lo domando più il perchè di certe cose.

Time: 22/02/2012   11.39 a.m. ca
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Poco dopo l’avvistamento, senza dare nell’occhio, e cercando di sfuggire all’attenzione dei presenti mi alzo e, con una nonchalance che nemmeno Ruth Gordon in questa scena di “Harold e Maude”, riuscendo nell’intento di fingere di essere interessarato, per forse la prima volta in vita mia all’argomento pìù trendy e evergreen tra i british (il tempo), mi avvicino alla finestra e miracolosamente riesco, nonostante le polveri sottili della mia città a scorgere FIN giù nel magro e agonizzante giardino condominiale l’UFO di prima.

Time: 22/02/2012   12.15 p.m. ca
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Scendo in cortile e verifico l’accaduto, e già che ci sono, corredo l’indagine da provetto Poirot con qualche scatto.

Ora, mio sconosciutissimo Dio/Fato/Odino/Zeus o oppure voi, a me ignotissimi Tengu/Chalchiuhtlicue o nel caso non esistiate(oppure esistiate ma non vogliate scomodarvi per l’ultimo dei pirla) chi per voi, vorrei domandarti/vi: MA perchè mandare un Palloncino rotondo, pure piegato a forma di cuore a morire nel MIO giardino, come in una suggestiva favoletta per bambini? Sappiamo entrambi che il “cimitero degli elefanti” è, come il “suicidio dei lemmings” una fantasticheria Disney, quindi perchè arricchire una realtà già ricca di storielle con un altra farsa? Era così forte la necessità di un cimitero per raminghi palloncini del 14/02 che hanno vagato per una settimana nella troposfera? O volete per caso mandarmi un messaggio? Non sarà mica per ammonire il mio aver trascorso gli ultimi San Valentini in solitudine o, ancor più meschinamente nel dubbio, non vanificato dai miei tentativi di autoconvinzione, di essere accanto a partner che non apprezzavo? E’ per via di quella(e) volta in cui ho detto/pensato che l’amore non esiste?
Se è così grazie del garbo e dell’impegno, ma non ci voleva tutta quella bella scenicità (infatti come ho toccato l’ UFO è scoppiato, probabilmente a causa dell’usura), e anzi, sarebbe stato sufficiente molto meno impegno per farmi confessare. Non penso davvero che l’amore non esista, del resto si dice che “la speranza è l’ultima a morire”, a quanto pare ultima anche dopo i Palloncini raminghi. ↥

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Bipolarismo Fotografico

Ciò che davvero riesco a a farmi piacere dello scrivere qui, anche se ci riesco solo nei rari momenti in cui non mi domando se tutto questo progettino cazzuto del blog sia o meno una puttanata, è il momento di contemplazione della offuscata linea di confine tra chi pensa alle parole da inserire e all’ordine con cui farlo e chi batte le stesse sulla tastiera, insomma tra zdante(chi pensa) e me(chi batte, forse purtoppo NON di lavoro).
Al di là del fatto che mi chiedo perchè zdante si ostini a postare su questo blog, d’ora in poi dovrò anche spendere energie nell’interrogarmi sul perchè posti qui le sue foto, soprattutto perchè è indubbio che sia un cane a fotografare, uno di quelli che ha la brutta pretesa di sovraesporre/sottoesporre sempre l`immagine e quella ancor peggior di chiamarsela arte, dentro di sè, ovviamente. ↥