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Doveri Familiari

Gira il volante e entra in retromarcia. Il culo suo e della macchina girati verso dove stanno muovendo.

La macchina è quella di sempre, lei invece abbastanza simile a quella solita, ovvero è sempre uguale a sé stessa come tutti noi, ma si illude di essere rinata dalle ceneri a cui la non recente perdita l’ha ridotta.

Scende e saluta il fratello, si vedono ben poco di recente.

E poi ritrovarsi dalla nonna non è esattamente come andare a farsi due canne assieme al parco, un minimo di ritegno và tenuto e perciò alcuni pensieri li devi ammazzare sul nascere. Lui è bravo a mantenere il cervello in un perenne stato di quiescenza: droghe, alcool, robe così. Lei invece, di recente non riesce più a reprimere tutto quello che ha tentato da sempre di affibbiare a ogni serata che in questi anni le è passata accanto diretta ai gloriosi paesi di Droghe e Alcool.

La nonna abita in una di quelle prime case popolari che poi sono state lasciate lì a crepare, strozzate da altri palazzoni più alti e più grigi.

Non è la tipica vecchia sola e depressa la loro nonna, non sono mica protagonisti di un banale raccontino vagamente decadente.

Non è sola perchè vive con quello che rimane dell’essere senza raziocinio che abita il corpo senza forma del marito.

Non è depressa perchè ha il cervello sfasciato dai TCA e pure tante simpatiche monoamine che gli sguazzano nelle sinapsi.

I nipotini varcano la sottile porta metallica, come i Cip&Ciop di un passato sfuggito, risorgono dentro il loro albero in una Paperopoli dimenticata.

Il Nonno nemmeno li riconosce ma il saluto loro nei suoi confronti viene spontaneo.

Poi la nonna gli salta addosso e comincia a vomitargli in viso parole dolci e resoconti senza senso sugli ultimi pettegolezzi del quartiere.

Si spostano in cucina e il Nonno, come una glitch della matrice riprende a fissare la televisione esattamente come prima, non che la visita non lo faccia felice, ma è probabile che non si ricordi nemmeno che abbiano suonato alla porta. Anche la trama del presunto telefilm di azione non è evoluta molto nonostante la interruzione di 2-3 minuti, ma tanto lui non se la ricorda comunque.

Dopo circa un’oretta lo stomaco in cui la nonna conservava gli aneddoti è vuoto, e Marco, stremato dalla noia ha così il suo momento per attaccare.

La prende molto alla lontana: << Vedi nonna, tu sai che io di recente ho perso il lavoro….>> Incomincia.

Si sforza di essere calmo e gentile ma si sente come quando lei lo costringeva a dire la poesia di Natale davanti alla zia Rita, la vecchia stronza che gli violentava la guance ogni volta che lo vedeva: impacciato e sudato.

Come si fa a mentire a una vecchia drogata che anche in quel momento è strafatta di antidepressivi e nemmeno ha realizzato la morte della sua unica figlia?

Come fai a dirle che la misera eredità che tua madre ti ha lasciato te la sei sparata per comprarti un viaggettino al paese di Droghe e adesso non hai manco di che rinnovare il contratto dodecennale per il suo stretto loculo al cimitero?

Lui, sudato e in crisi di astinenza, lei imbellettata e in piena fase di “tendenza all’intossicazione cronica” si squadrano.

Sta per avere una crisi.

“Perchè cazzo mi fissi?”

“Perchè non lo vuoi capire che tutto questo è merito tuo e del tuo schifosissimo modo di nascondere i problemi?”

“Perchè cazzo pensi che siamo cresciuti tutti tossici?”

Vorrebbe gridarlo.

Sputarglielo in faccia.

E invece è immobile. Pallido e immobile.

Interviene Anna, spiega la situazione, tralasciandone i dettagli.

<<Quello che stiamo cercando di dirti, nonna è che abbiamo bisogno di un prestito simbolico…>> Cauta e pacata introduce il discorso.

<<Guarda che hanno suonato il campanello!>> grida a un tratto il Nonno.

Marco, con un sorriso rassicurante alla vecchia, coglie la scusa per alzarsi e tentare di curare un pò degli errori di anacronismo a cui il sistema nervoso centrale del nonno è molto avvezzo.

<<No, Nonno siamo stati io e Anna a suonare un pò di tempo fa…>>

Giunge appena alla porta a soffietto,simbolica divisione tra le due piccole stanze che il nonno grida eccitato.

<<Isa è tua figlia! E’ tornata dalla crociera!>>

L’atmosfera è gelata di colpo.

Freddi, immobili.

Marco fissa la luce grigia riflessa sul palazzo di fronte entrare per la finestra e rivelare tutta la grandezza dell’unto che alberga lo sporco forno dei nonni.

Marco e Anna sanno che il Nonno non ha più capito nulla degli ultimi dodici anni, ma cosa abbia realizzato la nonna è un mistero anche per lei.

Anna si gira di scatto a fissarla, attesa.

Gli occhi della vecchia hanno un guizzo, un cambiamento impercettibile. Poi la normalità.

Forse l’assuefazione.

Forse la savietà.

Tutto torna a posto, sono lontani i giorni in cui lei scoppiava a piangere chiamando la sua piccina.

Anna la incalza.

La vecchia cede.

Dopo poco tira fuori un assegno e scrive. Scrive di una calligrafia antica e ben congeniata.

Anna ora la osserva e nota, sotto le cribrose increspature della corazza del tempo, la bellezza che un tempo aveva dovuto scorrerle sui seni e sulle gambe. Se la immagina con un fazzoletto in testa e una flauto tra le mani dirigere qua e là la schiera di uomini che le cadono ai piedi in quei solari anni cinquanta.

<<Quanto metto cara?>>

Marco nel frattempo tiene gli occhi puntati sul Nonno, e un orecchio teso alla cucina, così non appena intuito che la vecchia sta cedendo decide che si può tornare nell’altra stanza e lasciare l’uomo al suo interessantissimo poliziesco.

D’un tratto un fruscio. Ora una mano gli stringe forte il braccio.

Scattando ruota la testa e il magro busto verso la poltrona.

<<Cameriere, un Americano per me  e  un Bellini Cipriani alla signora! E non mi portare un Negroni o uno Sbagliato! Se non sapete fare un Americano dimmelo adesso! Altrimenti Fila!>>

Marco fissa l’anziano allibito e poi rassegnato <<Certo Nonno>> esclama flebile.

Tredici minuti e 36 secondi dopo la nonna gira la prima mandata con la vecchia chiave nella pesante porta di ingresso.

I giovani cominciano a discendere le scale. In silenzio, entrambi avvolti così tanto nei loro pensieri da provare un forte senso di smarrimento nel costringere il loro corpo a concentrarsi su qualcosa di concreto.

Ovattati.

<<Ci…>> comincia Marco alla fine della penultima rampa di logori scalini, con le mani già pronte sull’assegno nella tasca sinistra.

<< Ci pensi tu? Alla mamma dico? Fai tu? No,perchè io…però se tu non potessi sarei così felice…potrei sempre occuparmene…anche se…>>.

<<Si, Io come sempre>> dice Anna in un verso solo, un solo suono lancinante.

Entrambi ammutoliti.

Ora, dall’ultima rampa, proprio prima di uscire dalla casa dove per anni avevano giocato da bambini, il loro compagno di un tempo li implorava con gli occhi di cotto e la vernice malmessa in più punti.

<<Ti ricordi quel Nano?>> comincia malinconico Marco con gli occhi rivolti al vaso del piano di sopra.

Un tentativo forse di farsi scontare un pò del risentimento che la sorella gli aveva sicuramente riservato a causa della senza dubbio fuori luogo richiesta di occuparsi di pagare il cimitero.

<<Lui era il mago, lì nella sua torre alta e noi dovevamo portargli i fiori. E poi finiva sempre…>>

<<Si mi ricordo.>> Anna, brusca stacca la testa al discorso del fratello, di netto.

Si gira e varca il portone per lasciarsi scottare dalla luce del giorno.

Marco rimane un poco con gli occhi smarriti in quelli della statua, e le mani sull’assegno nella tasca.

Poi scende le scale.

In tasca ha quello che basta, ha terminato il suo compito.↥

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