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Primo dozzinale racconto infantile di morte intitolato al vorticoso moto psichico

PROLOGO
Ogni uomo è un universo, e il suo di universo era sempre stato abbastanza incasinato, dominato, per così dire dal chaos.
Il suo era quel tipo di chaos che una volta ti fa gioire del vortiginoso disequilibrio della mente, e il giorno dopo ti getta in quell’incertezza da altalena che tutti i bambini ricercano come tossici di quartiere.
Nonostante il caotico universo dei suoi 1359 centrimetri cubici di cervello, il palese squilibrio nella distribuzione di serotonina e la conseguente depressione che la caratterizzava, la Duccia riusciva a condurre un’esistenza pressochè normale. E anzi, riusciva a mantenere parvenze quasi credibili di felicità con chiunque non sapesse che suo marito, Giorgio Ducci aveva l’hobby, in cui era vero maestro, di cornificarla a più non posso. All’inizio della loro vita insieme, lui era fedele come un gatto ammansito, ma poi, con l’incedere degli anni e il corrispettivo crescere della paura di invecchiare, paura che incomincia a mangiare il cuore di ogni uomo sopra i 40, le cose erano cambiate, cambiate di molto.
Negli ultimi tempi, il Duccio, uomo avvenente e dal fascino sempreverde, coaudiovato quest’ultimo dall’enorme capitale che possedeva e dell’utilizzo spregiudicamente generoso che ne faceva, aveva incrementato ulteriormente il mai esiguo numero delle amanti con cui si intratteneva e che si intrattenevano con i suoi soldi, e di consiguenza aveva incrementato la quantità di denaro che usciva dalle casse familiari.
La Duccia aveva sempre saputo dei passatempi extramatrimoniali del marito, ma abituata da tempo a essere donna pragmatica e operativa, complice forse il fatto che l’infatuazione per il bel “Giorgione” era sfiorita a terra con l’arrivo del suo secondo autunno da moglie, non se ne era mai curata più di tanto. Del resto lei aveva potuto permettersi di non curarsi degli affari di lui solo e esclusivamente finchè essi non incominciarono a interferire con i già poco costosi affari di lei, ovvero fino al 13 Marzo del loro diciannovesimo anno di matrimonio.

13 Marzo
Quello fu il giorno in cui la Duccia, di ritorno dalla consueta visita settimanale al non certo enorme Store di VitaBio, chiese timidamente al marito, stancamente distratto su una poltrona del vasto salotto e tutto intento a una meticolosa pianificazione mentale del prossimo incontro con la signorina da cui si era appena separato, se egli conoscesse il motivo di un rifiuto tanto deciso da parte del commesso di VitaBio a accettare uno dei suoi soliti pagherò.
Egli ruzzolò in piedi, sbuffò e disse: “Domani mattina presto chiamerò la banca, ora vai pure in giardino a finire la tua serra.”
“Ma io non posso finire la serra piccola senza i pali di sostegno,il pvc e l’altro materiale che avrei dovuto acquistare oggi.”
“Bhè allora esci e fai quel che puoi con il materiale che hai già.” disse brusco lui prima di alzarsi e spingere con costruita e mal ostentata tranquillità il suo tenace corpo verso la grande finestra sulla strada.
La Duccia, da anni abituata al fare del marito, di cui oramai riusciva a apprezzare solo i sempre più rari momenti in cui lui si scomodava a ossequiare l’ancora appetibile corpo di lei, non rimase affatto colpita dalle parole, nè dal fatto che lui non avesse ascoltata, e nemmeno dal fatto che lui si atteggiava come un idiota, ma fu folgorata dalla sua mal ostentata tranquillità.
La stessa mal ostentata tranquillità, il cui ricordo la fece scottare mentre scaldava la miscela di cera e colla per proteggere i suoi vasi, le fece cadere due volte la forchetta durante il quasi ultimo magro pasto serale di cui la Quaresima la rendeva schiava ogni anno, e che persino le fece perdere il sonno la notte stessa.
“Io posso tranquillamente accettare tutte le sue cazzate”, continuava a ripetersi “ma non che non mi si tenga nascosta la vera situazione economica mia, o ancor peggio di mio figlio”.
Infatti all’inizio della fine, il loro matrimonio era stato salvato dal comune amore incondizionato che entrambi avevano cominciato a provare (ognuno a proprio modo) verso il prodotto genico che, poco prima del fatidico autunno, uno degli allora non stanchi spermatozooi di cui Giorgio era ancora così poco prodigo, aveva contribuito a creare nel ventre di lei. Il pargolo, che all’età di 14 anni era stato spedito a studiare in un istituto conforme alla sua superiore intelligenza, era stato per lungo tempo il motivo principe di nondisgregazione del nucleo Ducci. Ora, all’età di 17 lo stesso rischiava di diventare, nell’universo mentale di lei, motivo principe di un’ondata di disequilibrio che minacciava le sabbiose sponde dell’umido matrimonio attorno a cui lei si era tanto prodigata per scavarsi un fossato, o meglio quella che sarebbe presto diventata una fossa.

14 Marzo
La nottata, trascorsa in quel modo carico di laceranti dubbi e vertiginosi interrogativi l’aveva riavvicinata al marito, per il quale aveva cominciato a provare una perversa forma di intensa compassione. La stessa compassione, se ne rendeva conto lei stessa, che si ha verso quei bambini che, perpetrando comportamenti più volte sconsigliati sono causa del loro stesso dolore. E lui in fondo era così: un bambinone. Si ritrovava tra le mani questa enorme fortuna in parte ereditata (ma di certo accresciuta), e tra le gambe una altrettanto grande fortuna completamente, a quanto si poteva supporre ereditata.
E così trascorreva la sua vita, un pò governata dalla prima fortuna, quando si erano incontrati sopratutto, e un pò dalla seconda, di recente. E ora, lei temeva, Giorgio, come un auto troppo obbidiente schiantata ubriaca contro un muro, rotolava veloce contro qualcosa più grande di lui, qualcosa che poteva far schiantare anche lei.
La mattina presto la Duccia si alzò, ma invece di andare in giardino, come Giorgio avrebbe potuto pensare se si fosse degnato di aprire un occhio quando lei si era capottata sugli stivali di lui, reduci da uno dei suoi maleodoranti “partitoni” a Poker e mollati sull’uscio, uscì e andò in paese.
Il centro del paese era non molto lontano dalla loro villa semiborghese, e fu per questo che l’impiegata della banca (che per altro Giorgio si era già scopata due o tre stanze più a est) fece molta fatica a nascondere il proprio stupore nell’apprendere che la Duccia non sapesse ancora che fine stessero lentamente facendo le ricchezze del marito.
Il suo imbarazzò fu tale che nel momento in cui la Duccia chiese i nomi dei tanto noti nuovi cofirmatari e beneficiari delle rendite dell’appartamento in via Togliatti, dell’azienda tessile e dei campi in collina, ella finse di essersi sentita chiamata dal direttore e diede così tempo alla pluricornificata di rendersi conto di cosa le era appena stato rivelato. Erano tutti nomi femminili.
“Chi erano quelle donne? Come poteva Giorgio essere stato così idiota da farsi raggirare e intestare quasi tutti i suoi,anzi i loro averi a delle puttane?Ma poi puttane lo erano davvero, quelle là? Brutto bastardo, è così necessario regalare una casa a ognuna di quelle che ti scopi?”
Pensò ai ricatti cui il marito poteva essere vittima, a scontate trame da B-movies, romanzi gialli e squallidi racconti da blog.
Pensieri di morte le affollarono le sinapsi.
Delusione e rabbia le affollarono la mente, le menti, le varie menti che le combattevano quotidianamente nel cranio.
Mentre pedalava verso casa sognava a occhi aperti il suo arrivo, scendere in corsa dalla bici e convogliare tutto il suo odio in un colpo di pistola, un’ascia, o il veleno, l’acido. Costringerlo a confessare, in punto di morte, vita, morte e miracoli delle sue puttane.
Si calmò.
Tutte cazzate. Di cazzate, a 48 anni e senza lavoro, con l’hobby unico di un giardinaggio di alta classe che di lavoro te ne può offrire ben poco, non ce ne si può proprio permettere.
Arrivò a casa, calma, pensava ai fiori, alle gardenie e alle gerbere. Pace, armonia e profumo di fieno. Lo vide, lo squadrò, gli chiese spiegazioni, risposte che credeva di meritare a domande che si sentiva in diritto di porre.
Lui le sbattè la porta in faccia, lei ora aveva cambiato ancora idea: una nuova mente con un nuovo piano.

15 Marzo
Poteva funzionare. Vedova di un uomo morto, di cui alcuni possedimenti erano cointestati a nomi di donne, un buon numero, ma non abbastanza grande da non permetterle di condurre una vita agiata con quelli rimanenti. Azioni, terreni e edifici le avrebbero garantito il sostentamento necessario fino alla morte, a lei, ma sopratutto al suo bambino. La fine del cuore avrebbe preservato le ricchezze dalla bramosia del pene. Poteva funzionare.
Si vedeva già, vestita di nero fingere davanti a tutti di non volere intraprendere azioni legali contro nessuno, di soldi, lei, straziata dal dolore ne aveva abbastanza, voleva solo rinchiudersi in casa, salvare quello che la fatalità le aveva lasciato, senza battaglie in tribunale. Si tenessero le case, lei aveva abbastanza. Poteva funzionare.
“Poteva funzionare”.
Una notte dopo, non un’altra di riappacificazione mentale con Giorgio, ma una di appacificazione mentale con l’idea di Giorgio morto, ella aveva già in mente un idea, il modo di attuarla e il tempo più propizio per farlo, aveva cioè quello che tanto tra gli scrittori improvvisati quanto tra gli assassini alle prime armi si chiama banalmente un piano. Tale piano si articolava in quattro semplici punti, per una vita serena per lei e per la sua prole.
Punto 1: “Avvelenare. So come fare”.
Punto 2: “Occultare. Boschi? Gandhi è arrivato a sostenere che sono le cose semplici quelle che mozzano il fiato, letteralmente direi, poi e io non sono certo meglio di lui “.
Punto 3: “Denunciare la scomparsa. Bhè lo scomparso sarà scomparso, basta dirlo al primo con la divisa che mi capita a tiro”.
Punto 4: “Estraniarsi dalle colpe e soffrire genuinamente. Poco da dire: nessuno è immune ai sensi di colpa”.

PUNTO PRIMO: Avvelenare
Per una botanica provetta, sbarazzarsi delle uova non è mai stato un problema, e nemmeno dei pidocchi annessi.
Ora che Giorgio era improvvisamente stato degradato da “pidocchio che mi mantiene” a “pidocchio di cui sbarazzarsi”, si trattava per lei solo di attuare su larga scala ciò che faceva da anni nell’elaborato fazzoletto di terra dietro casa. L’odio per il pidocchio e l’avere lo Store di VitaBio a un tiro di schioppo fece il resto. In un ora e un quarto aveva una dose di sufficiente di maldison per ammazzarci Giorgio e per disinfestarci due o tre volte il giardino. “Mica male per 16,89 euro” pensò.
Somministrarlo a Giorgio fu più problematico.
Il bastardo era di buona famiglia, adagiato ancora infante su lenzuola pulite e si sa, infilare un pesticida in bocca al palato raffinato della regina di inghilterra è un pò più complicato che ficcarlo in quella di un white trash ubriaco. Così, fidandosi di cosa gli aveva raccontato delle sue pecore il Toglini, il vicino di casa, anche lui botanico dilettante, pensava che sarebbe riuscire a far inghiottire una modesta quantità di maldison a un essere vivente per intossicarlo a puntino.
Fece un casino.
Non era un assassina, e prima di allora non aveva mai considerato nemmeno lontanamente la possibilità di esserlo.
Rientrò presto dalla spesa in paese e si mise a preparare una torta per il suo maritino, il quale arrivò, reduce da chissà quale scopata pomeridiana verso le 5. Ebbe un momento di dubbio, non le sembrava possibile che lui fosse davvero così impegnato a cornificarla. Poi ricordò il suo movente, non passionale. Così si misero a bere il thè, lui assaggiò la torta. Lei pallida, lui rosso, poi lei rossa, lui verde. Giorgiò si alzò in piedi di scatto, sputò, bestemmiò, la chiamo puttana, le domandò in modo poco gentile che cosa avesse tentato di fare, troia com’era, e poi si diresse nel bagno più vicino, quello piccolo per gli ospiti, continuando a sputarsi tra le mani e, come lei ebbe modo di notare in seguito, anche sul raffinato parquet anteguerra. Lei rimase ferma immobile, impietrita, ma incazzata nera.
Nessuna paura, o meglio sul momento di paura, quel tipo di fottuta paura che ti sbrana la razionalità via dal corpo, ne aveva provata molta, ma del resto si era decisa a sopprimere tutti quei moti di equilibrato universo che fanno da ritorno di fiamma nelle menti turbate. E al suo universo mentale gli ultimi avvenimenti, di turbe ne avevano provocate ben più di qualcuna. Fece ciò che credeva andasse fatto.
Qui fu l’arguzia della Duccia a ordire un piano B efficace e, si sa fare incazzare gente che maneggia sostanze tossiche è di per se idiota, ma far incazzare una donna che maneggia sostanze tossiche e che per altro si è tirata in piedi una serra di 45,8 metri quadrati da sola, coibentata a arte, è, se possibile, peggio.
La Duccia infatti, memore anche di cosa gli aveva raccontato il veterinario del Toglini, lo stesso vicino di casa botanico, sapeva ora che se quel pesticida veniva nebulizzato in un ambiente chiuso e poco ventilato diventava malaossone, 60 volte più tossico, e quindi 60 volte più utile per ammazzarci mariti puttanieri. Venne aiutata dal fatto che non c’è migliore definizione per un bagno degli ospiti di una casa coloniale che non sia “ambiente chiuso e poco ventilato”. Dopo che la Duccia ebbe girato la chiave e spruzzato una modesta quantità di pesticida dalla ventola, domandandosi mestamente se quello rimanente le sarebbe poi bastato davvero per disinfestarci due o tre volte il giardino, Giorgio era improvvisamente divenuto un vero topolino in trappola e come tale graffiava invano la porta e le pareti tutt’intorno.
Poco tempo più in là, mentre lei, l’orecchio teso teneva lo sguardo sulla strada, lui se ne andò anche all’altro mondo come un topolino, squittendo, dibattendosi e ranicchiandosi a pancia all’aria.

PUNTO SECONDO: Occultare
Uno dei vari vantaggi dell’abitare in una enorme casa coloniale alle porte, si fa per dire, di un paese sperduto nella pianura, dove ci sono un solo medico, un solo veterinario e un solo panettiere è che, specialmente se sei un assassino senza licenza, non c’è pericolo che qualcuno ti veda, sul fare della sera mentre carichi un sacco verdescuro grande quanto un maschio caucasico in carne di anni 46 sul retro del tuo furgoncino. Inoltre quando hai passato il tratto di polveroso sentiero che unisce la tua casa coloniale alle porte,si fa per dire, del paese e sei arrivato all’imboccatura del bosco, puoi dir lo giuro che hai appena compiuto il delitto perfetto. Oltre a aver fatto tutto ciò, la Duccia, che migliorava le sue arti assassine si era anche ricordata di dormire un’oretta, farsi un caffè e portarsi una vanga e un pila non abbastanza luminosa da essere vista attraverso le fitte paresti vegetali.

PUNTO TERZO: Denunciare
Denunciare la scomparsa fu la parte più semplice di tutta l’operazione. Per essere scomparso il puttaniere era davvero scomparso, la Duccia non mentiva a dire che lui era “scomparso”. In pratica invece di dire che lui era morto, disse semplicemente che lui era scomparso. Fu il nipote del Toglini, il poliziotto, a non essere abbastanza arguto da afferrare il fatto che quando la Duccia diceva “scomparso” intendeva “morto, trapassato, spirato” o meglio:”scomparso dal mondo corrotto di noi squallide persone terrene”.
Ovviamente, per quanto la Duccia provò, e in parti riuscì, a convincersi di non aver mai mentito, di essere, per parafrasare “un’assassina, ma non una bugiarda di certo”, e nemmeno, come aveva sostenuto Giorgio una “troia”, non era abbastanza idiota per avere un successo completo sulla sua turbinosa mente.
La cosa fu tanto uno svantaggio al punto TERZO quanto un vantaggio al QUARTO.

PUNTO QUARTO: Soffrire
Soffrire? Soffrì. Non fingeva. Aveva intossicato, ucciso, sepolto e occultato il corpo dell’uomo che era stato il suo faro in gioventù, che aveva ammirato come un padre, che aveva stimato come un santo, lo stesso che aveva, in un tempo che ora sembrava davvero remoto, amato. Anche in questa fase ciò che allontanò da lei i sospetti di tutti fu la sottilissima differenza tra quello che si credeva fosse correntemente il motivo della sua sofferenza e quello che in realtà era.
Pentita, amareggiata, in parte forse anche estraniata da ciò che aveva fatto, ora soffriva genuinamente, pianse a casa da sola, pianse a casa del nipote del Toglini. Strillò, a casa da sola e dal Toglini. Lo insultò, insultò tutti quelli che non lo cercavano, che non cercavano il suo scomparso marito.
Si tentarono tutte le strade, il movente dell’ amore, del denaro, del ricatto, della passione. Si aspettano telefonate da rapitori, gruppi terroristici e assassini pentiti. Alla fine le sue lacrime piansero via i molli, insidiosi, liquidi sospetti che avrebbero potuto lambirla. Era una moglie affranta per la misteriosa scomparsa del marito, come tante, solo che lei era affranta per averla provocata.

EPILOGO
27 Luglio
Lentamente la Duccia cominciava a passare sopra a tutta la questione: equilibrio, fiori, gardenie e gerbere. E poi pace, armonia e profumo di fieno. A tratti le mancavano gli stivali di Giorgio sbattuti, ubriachi e fradici davanti alla porta ogni settimana, ma scavando in qualche vaso alla ricerca di germogli nascosti sotto l’umido strato di terriccio, non c’erano stivali che non potessero venir dimenticati.
Oramai, la signorina Ghersi, la Mapperio, e la moglie del veterinario Bunni, avevano avuto le loro fette della gustosissima torta Ducci, avevano passato anche un pò di casini nel momento di giustificarlo ai rispettivi mariti, chi ne aveva, ma ora stavano già tutte benone. Anche la Duccia era migliorata, meno attacchi di panico, meno flussi di disequilibrio mentale. Aveva fatto del male, ma perseguiva un sottile, strato di bene per lei e poi per la sua prole.

7 Agosto
15:20 LND Il figlio saggio allieta il padre, ma l’uomo stolto disprezza sua madre.

“Ciao Mamma come stai? Ti scrivo per provare la macchina da scrivere che mi sono comprato con i soldi dello scorso mese, scrive molto bene e fino adesso non si è ancora mai veramente inceppata, così non mi pesa il fashino del vintage, a mio parere vale ciò che costa. Volevo poi sapere come procedono le cose, in giardino? Le piante? La serra? Credo che verrò a trovarti settimana prossima, ho molte cose da raccontarti, ma sopratutto abbiamo molte cose, vere e proprio questioni di cui parlare.
Con affetto, tuo figlio.
Ps: Io so, e questa lettera segna l’inizio di un tuo ricatto, ovviamente non farne parola con nessuno.”

Calda mattina di agosto, la Duccia si siede nello scranno da solotto del marito. Testa pesante ma pensiero lineare.
“Ammazzo mio marito per il bene di mio figlio, la mia vita per la sua, e lui? Ricatta, come se fossimo sconosciuti, come se non ci conoscessimo”. Come se ogni uomo fosse un universo, ognuno con i propri flussi. ↥