Attraverso il finestrino il cieco sbatte con la fissa faccia contro il freddo vetro di una mattina qualsiasi.
Sorride, al ticchettare del suo bastone.
Sorrideva oppure la sua è solo espressione cieca.
Sorride e ci riprova.
Nel mentre le porte si aprono e la gente lo investe.
Sorride.
Mi agito. Fa male.
Devo alzarmi.
Decido.
Sorride, al ticchettio della marmitta(?).
La porta si chiude e il bus riparte.
Sorride, amaramente.
Fa male. Mi agito. ↥
Category: Colours
Quella mattina si era alzato storto, non storto come si alza tutte le mattine un pene curvo, ma piuttosto come potrebbe alzarsi su un palo la bandiera di uno stato collinare. Si era svegliato, interrompendosi nel bel mezzo di un sogno fantastico, fatto di giorni sereni in una terra lontana qualsiasi, sui monti. Sognava di venir investito dall’aria pura di una montagna qualsiasi. Quell’aria così fresca che ti fotte il naso quando ce la butti dentro a forza.
E invece si era svegliato nella solita città di merda, dove l’aria non ce la butti dentro a forza, anzi ti ci ammazzi per respirare il meno possibile, in quella lordura di gas e respiro di poveri in cui inevitabilmente tutti sguazziamo.
A dirla tutta non si era nemmeno reso conto di essersi alzato con la luna storta, semplicemente si era alzato come al solito. La voglia di non vedersi nello specchio gli fece quasi passare la voglia di lavarsela, quella faccia di cazzo che si ritrovava. Raccolto il coraggio alla fine se la lavò, ma non a fondo come sua madre gli aveva detto tutti i giorni di fare quando ancora gli parlava, ovvero fino all’età di 16 anni e 318 giorni, giorno in cui aveva timidamente avanzato l’idea di mollarla quella scuola di conformisti mammoni. Lavatosi anche le sudice ascelle pelose e bluastre come la calda canottiera da notte in cui ce le infilava senza sosta da mesi, uscì.
Fu una giornata di lavoro come tante, con la giacca di tweed a sorridere a stronzi di cui manco ricordava le facce e a pregare, senza nemmeno troppa convinzione che comprassero qualche scassato catorcio a 2,3 e persino 4 ruote dalla concessionaria dello zio.
Lo zio ci teneva: era uno showroom, non una concessionaria come quella ereditata da suo padre, è un self-made man lui, un homo novus.
A lui invece, non gliene fregava nulla, nè del lavoro nè dello zio di sua moglie. Guidava verso casa, c’era un bel sole estivo, la pista ciclabile sulla sinistra era contornata da una graziosa palizzata di legno, -buon gusto- pensò.
Ruotò il volante del suo catorcio privo persino dei più elementali sistemi ABS per seguire una curva, e, subito dopo: un’altro tocco di buon gusto. Due belle gambe slanciate, nude, lasciate scintillare, bianche e sudate. Gambe contornate da una figura sensuale; in carne, bionda e femminea. A fianco ella aveva, su un’altra bicicletta olandese, una degna compare rossa di capelli. -Rossa di capelli… – continuò la frase nella mente, senza malizia nè maschilismo oggettivante della figura femminile. Lo fece in modo automatico, come si completano gli ultimi giorni di ferie a fine agosto, quando si è già tornati dalle vacanze e non si sa che cazzo fare nella town, una città lonely alla “Gene Mc Daniels”. Distolse lo sguardo da quella carne invitante, “città vuota” la cantava Mina da troppo poco tempo quando lui poteva ancora andare legalmente con ragazze di quell’età.
Era felice, guidava verso casa e era felice, una condizione comune a molti uomini innamorati, e per questo a lui fottutamente estranea.
Si alzava in quella casa di straccioni tutti i giorni e ci ritornava tutte le sere. In realtà la mattina ne fuggiva, e la sera, ci tornava solo perchè vi ci era ricondotto da chissà quale dovere etico verso quelli che dentro sè sapeva essere solo una puttana e la sua prole ingrata.
Infatti se era felice, non lo doveva nè alla tettona nè tantomeno a quella sanguisuga di suo figlio. Tale felicità fu una sensazione nuova. Una new entry in una monotona classifica troppo spesso dominata da prodotti commerciali imbeccati a un pubblico musicale ignorante e becero.
Man mano che guidava era sempre più felice. Rise, alzò la radio, e poi accostò per tentare di trovare una cassetta nello sgangherato bagagliaio che aveva smesso definitivamente di tenere in ordine da quando la figlia di una sua ex ne aveva accolto la visione con un “what a mess!” troppo inglese per la flaccida figura ignorante da cui era stato emesso. Alla fine la trovò, la spolverò con il fiato puzzolente finchè lesse “Catch the wind e altro Donovan”, ovvero la prima cassetta che si era fatto appena aveva potuto permettersi un mangiacassette a due porte.
Cantò, anzi strillò solo, ferendo i passanti con le sue uscite in falsetto troppo acute e, sopratutto troppo poco a tempo.
Stava oramai a un paio di km da casa, in preda a un’euforia fuoriluogo, fuoriuscita, a quanto pare dal profondo del suo inner smile dimenticato.
Si fermò a fare il pieno di benzina per il giorno dopo.
Pensò appena al fatto di essersi messo nella fila “DIESEL”. Poco male, la sua mente era in modalità FELICITA’. Volle comunque mettere 20 euro nella macchinetta con l’intentò di fare affluire benzina dalla pompa 2 fino alla sua auto, parcheggiata davanti alla 1, il tubo era lungo a sufficienza.
Inserì la banconota, attese il riconoscimento e premette 1.
-Cazzo!- la pompa 1 è diesel, avrebbe dovuto premere il pulsante con scritto “2”.
-Un’idiota, sono un’idiota-.
Emergenza depressione nel suo cranio; i livelli di serotonina erano in drastica diminuzione: stava per tornare incazzoso.
Si controllò.
Era troppo felice per lasciarsi destabilizzare dalla sua pulsantissima massa di felicità in cui stava immerso.
Chiese al tipo alto dietro di lui, un tipo smilzo, con gli occhi chiari e la barba fina. Era rumeno, e doveva fare 20 euro di Diesel, il suo salvatore insomma.
Attese che quello che sembrava essere un manovale facesse benzina e consegnasse due banconote da 10, poi, fatta benzina, ripartì verso casa.
Cazzo che felicità che si sentiva dentro, altro che peyote e mescalina.
Arrivato a un semaforo frenò e si sbilanciò per raggiungere l’autoradio con le dita magre e adeguare così il volume di “Colours” al ridotto rumore del motore.
Verde. Ripartì.
-UNO SCINTILLIO!- Sentì un colore. Cioè, con le orecchie non sentì nulla, ma ebbe comunque l’impulso istintivo e immotivato di ruotare di 87º il cranio ossuto, come faceva quando credeva di essere visto mentre digitava il pin del suo telefono aziendale.
Fece appena in tempo a vedere un radiatore che quattro persone, otto occhi per un totale di circa 678grammi, gli andarono addosso a bordo di un grosso van bluastro come la canotta che immediatamente gli venne alla mente.
Si senti strinato, come i peli delle braccia quando quella stronza di donna lo costringeva a fare il “nostro barbecue” per lei, quel mostro di suo figlio e magari anche qualche amichetto brufoloso.
Poi vide il rosso sangue sul cambio di plastica e sulla giacca verde e marrone.
Non realizzò niente.
Nacque triste e morì felice, come un bruco che diventa farfalla. ↥